È stato lui ad uccidere Melania Rea ma non ha usato crudeltà. È quanto ha deciso la corte di Cassazione martedì sera, confermando la sentenza di condanna per il caporalmaggiore Salvatore Parolisi, ma disponendo un nuovo conteggio della pena senza le aggravanti, che verrà fatto dalla Corte d’appello di Perugia, competente peri procedimenti provenienti dalla Corte d’Appello.

Perugia Saranno i giudici umbri a stabilire di quanto verrà ridotta la pena, già scesa a 30 annì in virtù della scelta del rito abbreviato. L’ipotesi è che la pena potrebbe essere ridotta a 24 anni. Ma anche a meno, sicuramente non di più. Davanti ai giudici di Perugia, le parti dovranno quindi discutere solo riguardo questa specifica aggravante.

Crudeltà I giudici di secondo grado, nelle motivazioni avevano evidenziato come l’assassino aveva infierito sul corpo della povera Melania, incarnando tutti i crismi dell’aggravante della crudeltà, per il «numero esorbitante di fendenti con cui la vittima è stata colpita. Altrettanto significative – è sempre la sentenza -, in direzione accusatoria, s’appalesano poi le particolari modalità dell’accoltellamento di cui è rimasta vittima la Rea; sotto tale profilo, invero, non va trascurato che, secondo quanto emerge dai rilievi medico-legali, i colpi sono stati inferti non tutti in rapida successione o in sequenza ininterrotta, ma in un contesto spazio – temporale più dilatato, che ha consentito all’omicida di rendersi conto della fine imminente della vittima, mentre ancora con violenza ha infierito su di lei; (…) fino al momento in cui, ormai a terra e non più in grado di opporre una valida difesa, la malcapitata è stata ancora raggiunta da raffiche di fendenti nella regione toraco-addominale e sternale; (…) infliggendo così alla moglie, ormai inerme e irrimediabilmente sopraffatta, colpi espressivi di gratuita e brutale violenza».

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