di Daniele Bovi
«Una mostruosità giuridica concepita per impaurire la comunità studentesca libica a Perugia». Moreno Pasquinelli, leader del Campo Antimperialista, commenta così l’arresto avvenuto nei giorni scorsi del presidente degli studenti libici in Italia Nuri Ahusain e di due suoi connazionali, accusati di associazione a delinquere per avere tra l’altro minacciato, e posto in essere, «gravi atti di intimidazione» nei confronti dei loro connazionali residenti a Perugia avversi al regime di Gheddafi. Di tutti e tre Pasquinelli, che lunedì pomeriggio ha tenuto una conferenza stampa sul tema insieme all’avvocato di Nuri, Luca Tadolini, a Francesco Guastarazze e Daniela Di Marco del Campo Antimperialista, chiede l’immediata scarcerazione. Ad assistere, anche una trentina di libici. «Vogliamo difendere – ha detto Pasquinelli – la libertà di manifestare di Nuri e dei suoi amici: la Digos e la procura di Perugia non ci fanno paura».
Martedì mattina a Perugia è prevista l’udienza davanti al tribunale del Riesame per Nuri (per gli altri l’istanza di scarcerazione è già stata respinta), nel corso della quale Tadolini è pronto a dare battaglia e dove, promette, porterà nuovi elementi a discarico dei tre. Della vicenda il legale dà un’interpretazione a cavallo tra politica e diritto: «Dalla visura della documentazione agli atti – spiega Tadolini – si nota una forte suggestione politica che sulle indagini ha pesato. Sembra di leggere un articolo con molti luoghi comuni». Le intercettazioni dove gli accusati vengono derubricate dall’avvocato a «discussione all’interno della comunità libica». Intercettazioni, secondo Tadolini, che contengono «ipotesi velleitarie: nel corso delle perquisizioni – spiega il legale – non sono stati trovati soldi né strumenti né soldi tali da far pensare ad assalti all’ambasciata libica di Roma. Nel corso di quelle telefonate si ipotizzavano solo delle manifestazioni: in questa vicenda siamo vicini al cosiddetto “reato impossibile”».
L’altra accusa che Tadolini prova a smontare è quella relativa alle presunte minacce: «Minacce che – dice – sono state solo riferite. Si tratta solo di dieci episodi e, visto il numero dei coinvolti, si può parlare di bisticcio fra tre persone. E comunque, di solito, in Italia se uno riferisce di aver subito una minaccia andrà a confrontarsi in tribunale con il presunto colpevole, che non viene sbattuto direttamente in galera». «Non è la prima volta – ha detto invece Daniela Di Marco – che la nostra regione viene utilizzata come laboratorio per sperimentare dispositivi giuridici liberticidi o come terreno di caccia per terrorizzare i cittadini col pretesto di contrastare lo spettro del “terrorismo”».
La questione dei tre libici arrestati incrocia inevitabilmente quella relativa alla situazione venutasi a creare all’interno del regime del colonnello Gheddafi. «Un governo di pagliacci come quello italiano guidato da un premier plurinquisito – attacca Pasquinelli – un anno e mezzo fa aveva firmato un patto d’amicizia con la Libia poi stracciato per fare dell’Italia una portaerei assassina». Pasquinelli e soci temono poi per l’incolumità fisica dei tre in caso di condanna: «Che facciamo – si chiedono – li rispediamo a Bengasi per mandarli verso morte certa? Ricordiamoci che sono in carcere per un sentimento di patriottismo». Quel carcere dove stanno tenendo «un atteggiamento dignitoso: seguono la routine di tutti i giorni ma non si possono parlare. E tutti sperano che la verità venga a galla».
Contro questi arresti «centinaia di cittadini umbri e italiani – riferisce il Comitato – hanno sottoscritto un appello per l’immediata scarcerazione dei tre studenti libici, tra essi: Danilo Zolo, giurista e filosofo del diritto, Franco Cardini, Storico e saggista, Domenico Losurdo, Filosofo della politica, il noto giornalista Giulietto Chiesa, Moreno Pasquinelli del Campo Antimperialista, Marino Badiale dell’ Università di Torino, Giuliano Granocchia, membro del Consiglio provinciale di Perugia».




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