Don Franco Bucarini

Si chiude il cerchio degli inquirenti sulla banda che avrebbe indotto al suicidio, nel settembre scorso, il parroco di Capocavallo don Franco Bucarini. Una vicenda triste e squallida, ricostruita nel suo insieme, ora che anche Lucian Grancea Constentin, rom 28enne di nazionalità rumena, è stato arrestato dopo il suo rientro in Italia.

L’ultimo arresto Grancea è stato preso la mattina dell’8 dicembre da un “pool” congiunto di investigatori appartenenti a polizia a carabinieri, nello specifico gli uomini della squadra mobile ed i militari della sezione di polizia giudiziaria della procura, coordinati dal sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini. Lo hanno trovato a Perugia, in un appartamento di via Calatafimi. Subito dopo la morte del sacerdote, il 28enne era scappato in Romania. Ma una volta espletate le pratiche per l’emissione del mandato di cattura europeo, ha preferito tornare perché – secondo gli inquirenti – ha preferito accettare il rischio di farsi arrestare in Italia ben consapevole che il trattamento penitenziario, nel nostro paese, è certamente ben più mite e favorevole rispetto a quello che le autorità rumene gli avrebbero riservato nella sua terra natale, qualora lo avessero individuato. Ora si trova a Capanne. Il Rom catturato non è una nuova conoscenza delle forze di polizia, ma è pluripregiudicato ed annovera precedenti di vario tipo: in particolare, nel 2005 fu destinatario di un provvedimento di espulsione dal territorio dello Stato, evidentemente disatteso. Nel luglio successivo, inoltre, insieme ad alcuni suoi familiari, venne denunciato dalla polizia per il reato di “invasione di edificio” per aver occupato i locali della scuola di Montegrillo.

La ricostruzione della vicenda L’arresto di Grancea arriva a quasi tre mesi dal suicidio di Don Franco, parroco della chiesa di Capocavallo. Lo stesso sacerdote il 15 settembre aveva sporto denuncia in procura nei confronti di Ion Ciurar, rumeno 22enne: il giovane, secondo il racconto del parroco, lo avrebbe raggirato accusandolo di aver fruito di sue prestazioni sessuali e pretendendo, via sms in cui diceva di essere minorenne, il pagamento di 4 mila euro in cambio del suo silenzio. L’estorsore era intanto riuscito a sottrargli una catenina in oro con crocifisso. Il prete, successivamente, proprio in concomitanza con l’udienza di convalida del fermo del suo ricattatore, 4 giorni dopo si è tolto la vita.

Le indagini Polizia e carabinieri, d’intesa con il pm hanno iniziato a indagare sul gruppetto dei complici di Ciurar, in particolare sui due soggetti che lo avevano accompagnato a casa di don Franco il giorno in cui gli hanno strappato la catenina. Decisive le intercettazioni telefoniche, grazie alle quali si è arrivati prima all’arresto del 33enne perugino Andrea Marini e poi all’individuazione di Grancea. Dalle indagini è emerso come i due fossero stati parte attiva sia nella fase dell’ideazione, sia in quella esecutiva dell’estorsione: sembrava il sodalizio criminale avesse preso di mira il povero sacerdote conoscendolo e conoscendone, di conseguenza, la disponibilità economica e di preziosi da rubare. Uniti nelle premesse, ma in forte contrasto successivamente: dalle telefonate ascoltate, infatti, è apparso evidente come i tre soggetti, immediatamente dopo il furto della collanina, avessero litigato sulla spartizione dei soldi procurati da una giovane rom, molto vicina agli altri tre soggetti coinvolti, che si era recata in un compro-oro per venderla. Di lì a poco si è arrivati all’arresto di Marini e all’individuazione di Grancea.