di Francesca Marruco e Ivano Porfiri
Un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari è stata notificata stamattina all’ex governatrice della Regione Umbria Maria Rita Lorenzetti, nell’ambito dell’inchiesta sul nodo fiorentino della Tav. Lorenzetti, che aveva già ricevuto nel gennaio scorso un avviso di garanzia per associazione a delinquere, corruzione e abuso d’ufficio, indagata in qualità di presidente di Italferr, aveva già dichiarato la sua innocenza.
Pericolo di reiterazione La misura degli arresti domiciliari nei confronti di Maria Rita Lorenzetti è stata disposta per il pericolo di reiterazione del reato e non, come si era appreso inizialmente, per il pericolo di inquinamento probatorio. Lo precisa il legale dell’ex presidente della Regione Umbria, Luciano Ghirga. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, di circa 480 pagine, la sola incensuratezza non escluderebbe il pericolo di reiterazione del reato. Il legale sottolinea come il materiale probatorio riportato nell’ordinanza – che è stata notificata alla sua assistita nell’abitazione di Foligno – è il medesimo dell’avviso di garanzia di gennaio.
Chi sono La misura degli arresti domiciliari è stata applicata a sei persone, mentre ad altre sono state applicate altre misure interdittive. In particolare, ai domiciliari sono finiti il geologo Valter Bellomo, Valerio Lombardi di Italferr, Furio Saraceno di Nodavia, i consulenti Alessandro Coletta e Aristodemo Busillo della Seli. Interdetti dalle loro attività Renato Casale, amministratore delegato di Italferr, Marco Bonistalli di Coopsette, Remo Grandori di Seli, Maurizio Brioni e Alfio Lombardi.
L’accusa a Lorenzetti Secondo la ricostruzione dell’accusa, messa nero su bianco stamani nell’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari e in un avviso di garanzia recapitato durante una perquisizione domiciliare all’ex governatrice dell’Umbria, Maria Rita Lorenzetti nel gennaio scorso, la stessa, quale presidente di Italferr, nell’ambito dell’appalto sul nodo fiorentino della Tav, avrebbe operato «mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, (che si sono aggiudicate l’appalto, ndr) da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia».
L’avviso di garanzia Maria Rita Lorenzetti, secondo quanto scritto nell’avviso di garanzia dello scorso gennaio, avrebbe agito « in contrasto con gli interessi della stazione appaltante a conseguire l’esecuzione dell’opera a regola d’arte e nel rispetto dei costi preventivati così operando in danno della stessa stazione appaltante, anche con condotte illecite finalizzate ad influenzare e condizionare le determinazioni delle pubbliche amministrazioni interessate, in violazione di legge sulle autorizzazioni e sui vincoli di tutela ambientale e paesaggistica e ciò allo scopo di favorire economicamente direttamente il General Contractor e Nodavia e indirettamente il suo socio di maggioranza Coopsette».
31 indagati Nell’inchiesta erano finite 31 persone accusate a vario titolo di associazione a delinquere, corruzione, truffa aggravata in danno di enti pubblici, frode nelle pubbliche forniture, traffico illecito di rifiuti, violazione delle norme paesaggistiche e abuso d’ufficio. Tra gli altri nel registro degli indagati sono finiti il presidente di Nodavia Furio Saraceno, l’amministratore di Italferr Renato Casale. L’indagine era partita nel 2010 dopo alcuni accertamenti svolti dalla Forestale che avevano fatto emergere l’esistenza di un consistente traffico di rifiuti speciali, smaltiti illegalmente, e la truffa ai danni della Rete Ferroviaria Italiana, per cui si configura anche l’ipotesi di infiltrazioni mafiose.
L’accusa Secondo la ricostruzione fatta dai pubblici ministeri di Firenze, titolari dell’indagine sono il procuratore Giuseppe Quattrocchi, e i sostituti Giulio Monferini e Gianni Tei, migliaia di tonnellate di rifiuti sarebbero stati smaltiti in maniera illecita: fanghi da far smaltire in maniera particolare che venivano invece fatti sparire come fosse argilla. Questo, secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe stato possibile, grazie al parere di funzionari pubblici che, in cambio di favori e utilità, avrebbero stilato documentazione falsa. Intanto però c’è chi pagava per lo smaltimento dei rifiuti speciali, e chi, illecitamente intascava quei soldi non facendo quello che avrebbe dovuto. Scrivevano i pm nel ‘mandato di perquisizione’ che «gli indagati avevano chiarissima percezione della natura del rifiuto di scarto che andranno a produrre e le volontà di gestirlo abusivamente previa artata predisposizione dei documenti tecnici 8…9 considerando le procedure previste dalla legge un mero ostacolo da superare».
