di Francesca Marruco
«Su una complessiva popolazione lavorativa di 550 dipendenti, 29 persone rappresentano oltre il 5% della forza lavoro di Gesenu». E tra le 29 persone pregiudicate per gravissimi reati, quali associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, spaccio, assunte da Gesenu in Sicilia e rimaste al lavoro durante e dopo le fasi di arresto e condanna – anche per associazione mafiosa – ci sono anche uomini che nel garage avevano bombe a mano, giubbotti antiproiettile e mitragliatrici. Ce n’è anche un altro che ha tentato un’estorsione al capo del consorzio Simco e uno condannato per omicidio.
LE PRIME PERQUISIZIONI DELL’INDAGINE
Cointeressenze Se non bastassero i dipendenti di certo privi di specchiata fedina penale, ma fin troppo contigui ad ambienti mafiosi, uno anche «capo pro- tempore di una zona», gli altri motivi che hanno portato il prefetto Antonella De Miro a firmare l’interdittiva Antimafia per la ditta di smaltimento rifiuti di cui il Comune di Perugia è socio al 45%, non sono certo meno pesanti. E questo perché, «Gesenu ha partecipazioni in numerose imprese e società operanti nel campo dei rifiuti e della gestione ambientale, alcune delle quali interessate da procedimenti penali con gravi ipotesi di reato».
Camion di Gesenu per usi illeciti Come le questioni legate a Tirreno Ambiente e allo scioglimento del Comune per mafia, o la questione – spinosissima – dell’isola ecologica di Mascalucia Massannunziata, per la cui gestione illecita, sono indagati anche due umbri dirigenti di Gesenu. Il marscianese e il folignate sono accusati di associazione per delinquere e traffico illecito rifiuti. Tra le altre cose, è spiegato nell’interdittiva antimafia, hanno messo a disposizione i camion di Gesenu non autorizzati falsificando documenti per il trasporto e smaltendo ingenti quantità di rifiuti in siti non idonei. Questo, per il prefetto De Miro, «evidenzia uno stabile rapporto» tra Gesenu e le altre ditte catanesi per i «reati legati allo smaltimento dei rifiuti». Ma il punto più pesante è che queste cose sarebbero successe in un territorio «ad alto rischio mafioso».
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Cerroni Se ciò non bastasse Gesenu, di fatto per il 55% è controllata da Manlio Cerroni: Cerroni, oltre ad essere nominato in più passaggi dell’interdittiva antimafia per le questioni giudiziarie che lo riguardano, viene accostato a al superpentito dei Casalesi Carmine Schiavone, il quale, secondo quanto si legge, avrebbe detto che «componenti della criminalità organizzata parlavano con quello che aveva acquistato Malagrotta».
Pericolo E’ per tutti questi motivi che «non può totalmente escludersi la familiarietà e/o permeabilità ad ambienti criminali. Alla luce di quanto sopra, al momento, si ritiene opportuno considerare che già queste presenze indicano una familiarità e/o permeabilità agli ambienti criminali dislocati su carie aree del territorio nazionale».
Pietramelina Tra i motivi, nelle ultime pagine, figura anche l’inchiesta della Dda di Perugia. Quella in virtù della quale è stata sequestrata parte della discarica di Pietramelina, per cui il pm e il gip ipotizzano un ingente traffico illecito di umido conferito e non utilizzato per il compost. Troppo umido, anche mischiato con quello che non dovrebbe esserci, che ha prodotto tanto percolato e tanto concentrato.
Concentrato Le famose 30 mila tonnellate di concentrato sparite negli ultimi quattro anni. O comunque smaltite in modo non tracciabile. In parte fatte ricircolare nell’impianto, come ha spiegato lo stesso Roberto Damiano di Gesenu il giorno delle perquisizioni, senza però le dovute autorizzazioni. Autorizzazioni indispensabili perché «questa pratica mette in pericolo la stabilità della discarica e favorisce la concentrazione degli inquinanti».
