di Francesca Marruco e Fabio Toni 

«Voglio dì… intanto lo famo…c’è il terzo in buona fede.. se la pijano in culo.. che cazzo me ne frega.. un casino da un milione e mezzo di euro». L’essenza  della spregiudicata operazione della compravendita del castello di San Girolamo di Narni, scoperta dalla procura della Repubblica di Terni,  è tutta in questa intercettazione. La spiega, senza mezzi termini, Luca Galletti; il direttore dell’istituto per il sostentamento del clero della diocesi di Terni, onnipresente in ogni affare immobiliare della diocesi stessa, adesso arrestato insieme a Paolo Zappelli e Antonio Zitti – rispettivamente economo della diocesi di Terni e dirigente dell’ufficio urbanistica del Comune di Narni; all’altro capo del telefono c’è il notaio Gian Luca Pasqualini. A lui il gip Pierluigi Panariello ha applicato la misura della sospensione di due mesi dalla sua attività lavorativa.

VIDEO. GLI ARRESTATI

TUTTI I CAPITOLI DELL’INCHIESTA

Il terzo in buona fede All’origine delle pesantissime accuse che hanno portato all’arresto di tre persone – Zappelli e Galletti si dimisero dalle cariche che ricoprivano in diocesi con l’avvento della ‘gestione’ dell’amministratore apostolico Ernesto Vecchi – e all’iscrizione nel registro degli indagati di altre sette, più un’altra nel frattempo deceduta, c’è la compravendita del castello di San Girolamo a Narni che, nelle intenzioni palesemente espresse in questo stralcio di conversazione, di coloro che secondo l’accusa avrebbero ideato e promosso l’affare, prevedeva un guadano illecito e irregolare a discapito del Comune stesso e del ‘terzo in buona fede’.

Il gatto e la volpe «Il gatto e la volpe… io so il gatto e tu la volpe», dice Antonio Zitti a Luca Galletti in un’altra conversazione captata dalla squadra mobile, che ha portato avanti le indagini coordinate dal sostituto procuratore Elisabetta Massini. Le intercettazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Pier Luigi Panariello «disvelano», a giudizio del giudice stesso, «il piano criminoso» degli indagati: ovvero quello di «trovare un acquirente al quale la IMI srl potesse alienare il castello ancora prima di aver pagato il corrispettivo della compravendita al Comune di Narni».

I nomi degli indagati Oltre a Galletti, Zappelli, Zitti e al notaio Pasqualini, indagati per la vicenda di Narni sono finiti l’allora sindaco di Narni Stefano Bigaroni e quello attuale Francesco De Rebotti, i tre assessori Simona Bozza, Roberta Isidori e Lorella Sepi, (più Guido Fabrizi deceduto nel frattempo), l’architetto del Comune di Narni, Alessandra Trionfetti, la responsabile dei servizi finanziari Alessia Almadori. A loro, a vario titolo, vengono contestati i reati di associazione a delinquere, turbata libertà degli incanti, truffa aggravata e falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico. Per loro il pm Massini aveva chiesto il divieto di dimora nel Comune di Narni, non concesso dal giudice Panariello.

L’associazione a delinquere In particolare, per quanto riguarda l’accusa di associazione a delinquere si contesta che, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, «con più azioni del medesimo disegno criminoso, turbata la libertà dell’asta pubblica relativa all’alienazione del complesso del castello di San Girolamo, il 01.10.2010, attraverso mezzi fraudolenti costituiti dalla delibera di Giunta n.183, ideologicamente falsa in quanto richiamante una richiesta di proroga del termine per il pagamento in realtà non presente agli atti della Giunta, della tardiva comunicazione fatta dal notaio Pasqualini al Comune di Narni di iscrizione del decorso del termine per l’esercizio da parte del Ministero del diritto di prelazione anziché di avveramento della condizione sospensiva, nonché delle richieste e concessioni di proroghe per il pagamento del castello, atti taluni ideologicamente falsi, altri illegittimi finalizzati a far assegnare detto complesso immobiliare alla IMI immobiliare srl pur non avendo detta società i requisiti richiesti dal bando».

Il finanziamento pubblico Che tra le altre cose, prevedeva anche «l’erogazione di un finanziamento a favore dell’acquirente che si impegnava, pena la risoluzione del contratto, ad eseguire interventi di restauro e risanamento conservativo. Anche sotto tale profilo – scrive il gip nell’ordinanza – considerato che l’individuazione del contraente del contratto di compravendita avrebbe comportato anche l’individuazione del potenziale destinatario di un finanziamento pubblico di rilevante entità, si imponeva il rigoroso rispetto del principio di trasparenza nell’individuazione dell’aggiudicatario».

Le anomalie Inoltre, la gara è stata aggiudicata «in maniera provvisoria all’Ati e non risulta che nei suoi confronti o di altro soggetto giuridico sia stata deliberata l’aggiudicazione definitiva». Anomalia, che il giudice dice essere stata accompagnata da quella che ha visto stipulare il contratto di compravendita da un soggetto giuridico diverso da quello che si è aggiudicato la gara: «l’aggiudicatario provvisorio infatti – si legge ancora nell’ordinanza- era l’IDSC (istituto diocesano per il sostentamento del clero) mandatario di un Ati, mentre il contratto è stato stipulato dalla IMI, ovvero una delle società che costituivano l’Ati», di cui Zappelli era l’amministratore unico.

I mezzi fraudolenti Ed è proprio in questo passaggio che il giudice rileva l’uso di «mezzi fraudolenti». «L’artificio posto in essere dalla mandataria e avallato dal Comune di Narni – scrive Panariello – è consistito nell’uscita della mandataria dall’Ati subito dopo l’aggiudicazione provvisoria, nella mancata comunicazione al Comune e nella scelta del Comune stesso di contrarre con una delle società che componevano l’Ati, senza accertare la sussistenza di un mandato da parte delle altre società che avevano partecipato alla gara riunite in Ati e senza il controllo dei requisiti, consentendo così l’accesso al contratto a un soggetto non qualificato» che aveva intenzione di rivendere a 6 milioni di euro, senza aver tirato fuori un centesimo di tasca propria, il complesso immobiliare che invece avrebbe dovuto trasformare in una lussuosa struttura ricettiva come prevedeva il bando del Comune. Al momento il castello è stato sequestrato e affidato in custodia al Comune di Narni, parte lesa del reato di truffa aggravata. Il pericolo era che l’Imi lo vendesse a terzi in buona fede e che il Comune lo perdesse in maniera irreversibile.

Il legame col buco della diocesi Quella del Castello di Narni  è un’indagine inserita nella più ampia riguardante l’ammanco milionario della diocesi di Terni. E nella parte finale dell’ordinanza è lo stesso Panariello a spiegarlo quando dice che si deve «accertare la provenienza del denaro versato dall’Imi srl per il pagamento del castello, sicuramente non riconducibile alle risorse finanziarie della Imi( inattiva e priva di patrimonio), non potendo assolutamente ritenersi azzardato, allo stato degli atti, porre in relazione tutto ciò con il notorio ‘buco finanziario’ della diocesi di Narni e Amelia, tenuto conto delle cariche rivestite dai due principali indagati all’interno della stessa indagine». L’esecuzione di questa ordinanza promette dunque di essere solo il prologo, di un libro ancora da completare.

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