di Maurizio Troccoli
Ha pochi mesi di vita una inchiesta che disvela un mutamento dei geni nell’anima commerciale di Assisi. Il custode del Sacro Convento l’ha sintetizzata così: c’è chi dice che gli assisani somiglino più a Bernardone che non a Francesco. Per chi non lo sa, era il papà del poverello, quello davanti al quale si spogliò per scegliere sorella povertà. Il mutamento dei geni non riguarda appunto la vocazione commerciale in sé della città più nota dell’Umbria, quanto i suoi protagonisti. Dagli storici commercianti di Assisi si è passati a proprietà in mano a estranei. Gente venuta da fuori che ha concentrato attività economiche, particolarmente nei servizi al turismo, come i ristoranti, standardizzando tra l’altro il prodotto. L’inchiesta che ha raccontato tutto questo si chiama ‘Assisi in vendita’, un lavoro di giornalismo che ha fatto suonare la sveglia alla comunità assisana, invitata in massa ad assistere alla prima proiezione, e che oggi si ripropone con tutta la sua forza, rispetto alle accuse che vengono mosse dalla magistratura ai protagonisti commerciali di questa rivoluzione assisana. Consigliamo vivamente di dedicare 16 minuti del proprio tempo per guardare questa inchiesta di valore, basta cliccare qui. Si scopre ad esempio come due famiglie, i Maisto e i fratelli Cuku, entrambe non di Assisi ma della Campania e dell’Albania, gestiscano 4 ristoranti ciascuno, un decimo del totale di quelli presenti in centro storico, oltre al protagonismo in altri passaggi di proprietà di attività commerciali. Di come cioè mentre gli assisani spariscono dal cuore commerciale della città, loro si allargano.
Assisi e la Campania tornano a incrociarsi in una vicenda giudiziaria complessa e ancora in parte da definire, che chiama in causa attività economiche, ipotesi di intestazioni fittizie e presunti collegamenti con ambienti della criminalità organizzata. I fatti emergono da una delicata inchiesta pubblicata da Andrea Giambartolomei sulla rivista «Lavialibera» – progetto editoriale che fa riferimento a Libera -, che ricostruisce passaggi investigativi e giudiziari sottolineando, allo stesso tempo, i molti profili ancora al vaglio dei tribunali.
Ad Assisi, come raccontato nell’inchiesta “Assisi in vendita. Come il turismo si sta prendendo la città”, una famiglia originaria della Campania risulta avere interessi in quattro ristoranti nel centro storico. Parallelamente, tra il 2017 e il 2020, la stessa famiglia ha acquistato e gestito due tabaccherie a Santa Maria Capua Vetere e nei comuni limitrofi, in provincia di Caserta. Proprio su queste attività si concentra un procedimento penale che prenderà il via il 27 gennaio davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
A dover affrontare il processo saranno Luigi Maisto e la figlia Caterina, insieme ad altre persone. La Direzione distrettuale antimafia di Napoli contesta loro, a vario titolo, il reato di trasferimento fraudolento di valori, ipotizzando che le tabaccherie siano state intestate formalmente ad altri per eludere sequestri e confische. Secondo l’accusa, le operazioni sarebbero avvenute in concorso con l’imprenditore Simmaco Maio, ritenuto il titolare effettivo delle attività, e con altri presunti complici. I pubblici ministeri contestano inoltre l’aggravante di aver agito «al fine di agevolare l’attività dell’associazione camorristica del clan dei casalesi», circostanza che si lega alla posizione giudiziaria di Maio, condannato in primo e secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e in attesa di una pronuncia definitiva della Cassazione.
In termini più semplici, l’ipotesi accusatoria è che le rivendite di sigarette fossero intestate fittiziamente ai Maisto e ad altri soggetti per conto di Maio, che avrebbe voluto sottrarle a misure di prevenzione patrimoniali. Si tratta però di ricostruzioni che dovranno essere valutate nel dibattimento, dove accusa e difesa si confronteranno nel contraddittorio.
La notizia del procedimento è emersa pubblicamente all’inizio di agosto, quando, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Dda di Napoli e condotta dalle forze dell’ordine di Santa Maria Capua Vetere con il supporto del nucleo investigativo di Caserta, sono state sequestrate tre tabaccherie ritenute riconducibili a Simmaco Maio. Commentando gli articoli apparsi sui media campani, Libera Umbria aveva osservato a metà agosto: «La richiesta di rinvio a giudizio che colpisce Luigi Maisto ci porta ad alzare ancora di più le antenne per capire cosa succede nel nostro territorio. Nell’attesa che la magistratura faccia il proprio corso, il nostro compito e il nostro impegno è di monitorare cosa accade in città e sollecitare l’opinione pubblica a tenere alta l’attenzione».
In autunno un giudice di Napoli ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio, fissando l’avvio del processo, mentre il 16 dicembre scorso la Cassazione ha confermato il sequestro delle rivendite.
Secondo la ricostruzione pubblicata da «lavialibera», l’intera vicenda ruota attorno alla figura di Simmaco Maio, imprenditore nato nel 1969 a Santa Maria Capua Vetere. Gli accertamenti investigativi sostengono che, tra il 2017 e il 2022, l’uomo avrebbe trasferito le licenze di tre tabaccherie ad altre persone per timore di sequestri legati al procedimento per concorso esterno. Tra gli intestatari figurerebbero anche i figli di Luigi Maisto, Pasquale, non indagato, e Caterina. Due delle tre tabaccherie sequestrate sarebbero state amministrate da loro fino all’estate del 2020.
Una delle attività, in via Galatina a Santa Maria Capua Vetere, era formalmente intestata a un’impresa individuale aperta da Pasquale Maisto nel 2017. Pur non essendo indagato, il suo nome compare negli atti perché, secondo i pm, avrebbe riversato gli incassi a Maio, «che ne era di fatto il proprietario». Un’altra tabaccheria, a Bellona, in via Regina Elena, faceva capo all’impresa individuale di Caterina Maisto, avviata nel 2018 e chiusa nel 2024. In questo caso, l’accusa sostiene che i beni aziendali sarebbero stati attribuiti «al fine di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione» e che gli utili sarebbero confluiti a Maio.
La difesa dei Maisto respinge però questa ricostruzione. L’avvocato Delfo Berretti, del foro di Perugia, ha dichiarato a «lavialibera»: «È tutto azzardato. Hanno acquistato gli esercizi vendendo degli immobili qui, li hanno gestiti per un periodo, non si sono trovati bene e poi li hanno rivenduti. È tutto tracciato». Secondo il legale, anche le intercettazioni andrebbero lette nel loro contesto temporale. «Le intercettazioni riguardano l’ultimo periodo di gestione dei Maisto, quando le attività erano già state vendute», spiega Berretti, aggiungendo che per i Monopoli l’intestazione delle tabaccherie segue un iter che può comportare una fase transitoria: «Era una sorta di cortesia fatta per sei mesi nell’attesa dell’intestazione». Per la difesa, questi elementi dimostrerebbero l’assenza di intestazioni fittizie.
Il percorso giudiziario è stato finora articolato. La richiesta di sequestro avanzata dalla Dda era stata inizialmente respinta dal giudice per le indagini preliminari nel dicembre 2023 e dal tribunale del Riesame nel giugno 2024. Solo dopo il ricorso in Cassazione, accolto a fine 2024, il tribunale del Riesame ha autorizzato i sequestri, eseguiti nell’estate successiva.
Anche la posizione di Simmaco Maio resta in evoluzione. La Cassazione aveva annullato nel 2022 una precedente condanna, ordinando un nuovo giudizio d’appello, celebrato nel settembre 2023 e poi nuovamente rinviato. Su questa base e sugli elementi emersi nell’indagine sulle tabaccherie, l’accusa ritiene che Maio abbia agito con dolo nel favorire un clan camorristico, mentre per gli altri indagati, tra cui i Maisto, ipotizza un dolo eventuale, ossia l’accettazione del rischio. Si tratta di valutazioni che dovranno essere accertate in aula.
L’avvocato Angelo Raucci, difensore di Maio, ha impugnato i sequestri davanti alla Suprema corte, ma il 16 dicembre 2025 la Cassazione ha respinto il ricorso, confermandoli.
In questo quadro, l’inchiesta di Andrea Giambartolomei per «lavialibera» ricostruisce fatti, atti e posizioni processuali senza anticipare giudizi. Saranno i tribunali a stabilire se le ipotesi dell’accusa troveranno conferma o se siamo semplicemente, come afferma la difesa, dinnanzi a imprenditori lungimiranti che hanno colto le opportunità ad Assisi come altrove, impiegando competenza e fatica nelle proprie attività.
