di Mar. Ros.
«Non posso legarti a me, anche se vorrei. Stai spezzando la promessa di non lasciarmi mai. Ti ho portato io a tutto questo. Tu sarai per sempre la mia famiglia, ti amerò finché avrò fiato». Questi alcuni passaggi della lettera che Laura Papadia, presumibilmente pochi giorni prima di essere strangolata dal marito, aveva scritto proprio per lui. È uno degli oggetti sequestrati in casa della coppia dopo il delitto.
Quando sul posto sono arrivati i soccorsi e le forze dell’ordine, quel 26 marzo del 2025, la stanza era sostanzialmente in ordine, fatta eccezione per il letto disfatto sul quale erano appoggiati un taglierino e un grosso coltello da cucina. Il corpo esanime di Laura era riverso a terra, in posizione supina; la donna indossava un pigiama scuro, era a piedi nudi. Quella mattina sarebbe dovuta andare al lavoro, ma al supermercato Tigre di Spoleto, non lontano dall’abitazione, non si è mai presentata. Suo marito, dopo averla uccisa, è uscito di casa e ha raggiunto il ponte delle torri minacciando di gettarsi nel vuoto mentre era al telefono con le forze dell’ordine, alle quali si è consegnato, confessando: «Ho fatto del male a mia moglie».
Quello con Laura, per il 48enne Papadia, il secondo matrimonio. Già padre, anche di un bambino con problemi di salute, Nicola Romita non accettava l’idea di mettere al mondo altra prole, come invece la vittima sperava. Per mano dell’uomo che amava, è stata uccisa forse proprio per il desiderio di diventare mamma. Lunedì a carico dell’assassino si è aperto il processo in Tribunale a Terni. La difesa, consegnata la perizia psichiatrica alla Corte d’Assise, ha chiesto e ottenuto l’ammissione di una consulenza per accertare la capacità di intendere e di volere dell’imputato all’epoca dell’attoce delitto.
