di Maurizio Troccoli
La notizia è che in Italia è arrivato il Fentanyl. Quella sostanza che in America, nell’ultimo anno, ha fatto 100 mila morti. E, che, utilizzato in medicina, è fino a 100 volte più potente della morfina. Ora sappiamo che è in circolazione grazie al fatto che è stato scoperto in Umbria. E non è un caso. Risiede infatti, proprio in questa affermazione, la ragione del riconoscimento da dare a chi l’ha scoperta.
Una unità di strada, quella di Borgorete, al servizio del Serd dell’Asl 1 che, da anni, opera nel nostro territorio regionale. Quello strumento cioè che pur dimostrando concretamente più efficacia di altri approcci, nel contrasto alle droghe, a cause di approcci ideologici è spesso frenato, non soltanto in Italia. Solo l’Umbria e il Piemonte, possono puntare su questo strumento (Lazio e Liguria lo stanno sperimentando), ancorché limitatamente, a causa della scarsezza di fondi e resistenze di varia natura, che vanno dall’ideologismo al bigottismo. Che, troppo spesso, si traduce in scelte politiche.
Ora bisogna capire se la presenza di fentanyl è sporadica o di uso preoccupante. Al momento, non si registrano, aumenti significativi di overdose nel territorio nel quale è stata prelevata la sostanza e analizzata. Un dato che trova conferma anche negli accessi ai pronto soccorso, che non registrano aumenti di interventi a causa di tossicodipendenti in condizioni di malessere.
Premesse che suggerirebbero un approccio cauto e assolutamente non allarmistico al fenomeno, atteso che le autorità sono informate e le allerte diramate. Non fosse stato per l’unità di strada, probabilmente oggi non saremmo in questa condizione di consapevolezza e arriveremmo in ritardo sul fenomeno, proprio come avviene quando ci si approccia con gli strumenti noti: repressione o al massimo sorveglianza sulle acque reflue, capelli, urine. Vale a dire intervenire quando è troppo tardi.
A differenza delle forze dell’ordine le unità di strada possono permettersi di stabilire un rapporto empatico con il tossicodipendente. Ne ottengono fiducia. La stessa che il tossicodipendente ha riconosciuto all’unità di strada umbra per farsi analizzare la sostanza avendo avvertito un effetto troppo forte, rispetto alle comuni dosi di eroina. E che oggi può trasformarsi in informazione appropriata che le stesse unità di strada possono trasmettere ai tanti consumatori che raggiungono.
E’ noto come circa la metà dei consumatori, se il drug cheking rileva sostanze sconosciute nella dose acquistata, rinuncia ad assumerla. Come è noto che in alcune realtà europee, in Spagna prima di tutto, le unità mobili di drug cheking si posizionano davanti alle discoteche per offrire proprio questo servizio a chi acquista droga, ovvero verificare che le sostanze non siano tagliate con altre estremamente tossiche o persino letali. Servizio che, per quanto il consumatore possa usare per verificare se il suo spacciatore l’abbia truffato o meno, diventa utile per allertare il consumatore rispetto ai rischi a cui si espone in caso di consumo e avere informazioni di dettaglio. In quei casi la sostanza viene restituita al consumatore che valuta liberamente cosa fare. Con il risultato che la metà rinuncia.
Quanto si sta vendo in queste ore, a partire dall’Umbria, impone una riflessione e interroga specialisti del settore sull’efficacia delle azioni di prevenzione, suggerendo probabilmente di ascoltare maggiormente gli addetti ai lavori. A partire dai politici più inclini al consenso che ai risultati concreti.
