di Enzo Beretta

La porta dell’ascensore si apre con un sibilo. 
Il corridoio è deserto. Luci al neon bianche e fioche, il soffitto basso.
La scena è questa e su questa scena, in Procura, compare lui.

Raffaele Cantone è nel suo ufficio, al secondo piano, seduto alla scrivania. Bandiera tricolore, cellulare sempre acceso, una foto col presidente Mattarella in una cornice d’argento. Patrizia Landini, la segretaria, entra ed esce. Dal finestrone filtra la luce forte dell’estate che sta per arrivare. 

È l’ultimo giorno del procuratore a Perugia. Sono passati sei anni. Prese il posto di Luigi De Ficchy. Se lo ricordano tutti quel giorno. Una giornata di sole magnifico. Allegria, finestre spalancate, aria fresca, luce, ottimismo. 
Lo avevano chiamato. Anzi: implorato. È qui che servi, ti aspettiamo con il tappeto di velluto. 
«Un fuoriclasse, è arrivato Maradona», disse qualcuno. «Un dono del cielo», si lasciò sfuggire qualcun altro. Curriculum di rara ricchezza, decine di libri scritti, un’altra categoria per cultura e chirurgica lucidità di analisi. Una guida importante che nell’immediato post-Palamara, con appendici di patteggiamenti e processi, ha portato la Procura in territori sicuri. Un lavoro diplomatico e anche politico – se vogliamo – complesso, per niente scontato, di ricucitura. Perché la magistratura è un gioco un tantino più sofisticato rispetto a quello che è stato descritto da tanti suoi colleghi, ex colleghi, politici e avvocati durante il referendum. 

Modi eleganti e gusto nel vestire, stretto nel suo abito blu e la cravatta Hermes (una delle tante della sua invidiabile collezione) Cantone che è uomo di spirito commenta: «Come sono stati questi sei anni a Perugia? Sono stati duri, lontani dalla famiglia. In quelle serate inteminabili da solo nella mia casa di Cortona mi hanno salvato le partite di Champion’s league». La carrellata di foto è un soffio tremendo ed esaltante: le prime uscite con la mascherina durante il Covid, il rapporto col suo aggiunto Giuseppe Petrazzini (come in tutte le coppie nate un po’ per caso sono venuti fuori i veri caratteri), la ressa di cameramen e fotografi venuti da tutta Italia per rincorrere l’inchiesta sull’«esame farsa» del calciatore Luis Suarez (arrivato puntualmente a condanna), la diretta streaming dell’audizione in Commissione antimafia per i dossieraggi, l’indagine sulla Loggia Ungheria e l’altra indagine sulla fuga interna di notizie. Credibile e autorevole, Raffaele Cantone ha certamente rappresentato per Perugia una rivoluzionaria e stordente novità. Pochi passaggi televisivi, quasi mai al ristorante, mai nei salotti. Dialogo e rispetto con i giornalisti nonostante la stretta sui bulloni che regolano l’informazione. 

È uomo delle istituzioni, Cantone, dotato di una capacità riconosciuta da tutti: sa consigliare. Le stimmate del capo che sa farsi amare e temere: quando parla seriamente non fiata nessuno. 
Per un feroce progetto del destino in questa rumba di nomine Maradona è finito a Salerno. Nell’affettuoso saluto che in queste ultime ore gli ha riservato l’ufficio – più di qualcuno ha pianto, tutti lo hanno lungamente applaudito – rimarrà indelebile la battuta dell’aggiunto Gennaro Iannarone che parafrasando il film ‘Il Ciclone’ con riferimento alle ballerine di flamenco ha detto: «Quando è arrivato Cantone molti di noi hanno pensato ‘Dio c’è’, ora che se ne va possiamo dire ‘Dio c’è stato’». 

È tardo pomeriggio. Sull’agenda del procuratore sono segnati ancora tanti impegni. Fuori, ad aspettarlo, i due angeli custodi della scorta armata e i lampeggianti accesi della Stelvio.

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