di Francesca Marruco

Quartieri di Perugia che pian piano stanno diventando la ‘sede distaccata’ dei loro originali in Tunisia. Parola dei rappresentanti dei sindacati di polizia di Perugia che giovedì mattina sono stati ascoltati in commissione antimafia presieduta da Paolo Brutti( Idv) in consiglio regionale. E’ Roberto Roscioli, capo della seconda sezione della squadra mobile di Perugia a spiegare questo particolare fenomeno ai politici del consiglio regionale che dovranno relazionare sulla situazione della sicurezza a Perugia.

I quartieri tunisini a Perugia «La maggior parte degli spacciatori di piazza viene da Tunisi, qui loro replicano i loro quartieri, sappiamo che in corso Garibaldi si è ricreato un determinato quartiere di Tunisi, alla stazione un altro, in via del Macello un altro ancora. A Perugia arrivano per la maggior parte impegnando casa dei genitori, poi con lo spaccio iniziano a rimandare soldi a casa. Il più delle volte i genitori sanno che il figlio viene a delinquere, lo sentiamo dalle intercettazioni. Ma a fronte di 100 che arrivano soltanto due o tre riusciranno nell’intento. La maggior parte di loro finisce a fare bassa manovalanza e spesso, loro stessi, diventano tossicodipendenti». Per questo, secondo Roscioli andrebbe fatta una «contropubblicità». Per far capire a chi è in procinto di venire a Perugia in cerca di fortuna che ha un’altissima probabilità di non farcela e finire a dormire sotto i ponti.

I mali da combattere Ma questa strada non è affatto semplice da percorrere, e anche qualora venisse intrapresa seriamente da qualcuno, tarderebbe a dare i suoi frutti. Intanto dunque, le forze di polizia si devono misurare con i problemi che tutti i giorni attanagliano Perugia e i suoi cittadini. La sicurezza, lo spaccio. E per combatterli, le ricette proposte e auspicate dai poliziotti dei sindacati sono molteplici, perché per ora, come ha spiegato uno di loro «si svuota il mare con un cucchiaio».

Cie non Cie, che Cie? Per Massimo Pici del Siulp, « è inutile prevedere il carcere per il clandestino, perché quando esce rimarrà nella stessa condizione. Va invece subito rimpatriato. Per questo, anche in Umbria è auspicabile l’apertura di un Cie, anche perché si tratta di una struttura che costerebbe, alla comunità, molto meno rispetto al carcere. Togliendo i clandestini al mercato dello spaccio, il 90 per cento dei quali sono tunisini, è una delle soluzioni, seppure parziali, per combattere il fenomeno». Contrario al Cie invece Massimo Granocchia dell’Ugl polizia: «Da sempre – ha detto -siamo contrari all’apertura di un Cie in Umbria perché non rappresenta la soluzione. Il Cie potrebbe diventare positivo solo per il primo periodo, poi assumerebbe i connotati di un ulteriore degrado perché potrebbe diventare punto di riferimento anche per territorio extra regionali. La soluzione sarebbe quella di affidare ad ogni Cie specifiche competenze territoriali prevedendoli nelle città sedi diplomatiche. È chiara la necessità di accorciare i tempi di espulsione». Fabio Tristaino del Sap, sostiene che «ben venga un Cie, attraverso però una programmazione nazionale. La prima cosa da fare è comunque quella di stabilire la ripartizione dei posti, da valutare sui problemi specifici della città, per l’espulsione dei clandestini. Spesso c’è troppa distanza tra chi vive direttamente i problemi legati a questo fenomeno e chi è chiamato a gestirli».

In galera nei loro paesi Antonio Errico del  Consap a proporre di  «portare i clandestini in stato di detenzione a scontare la pena nei loro paesi di origine anche pagando il loro mantenimento. Costerebbero circa la metà rispetto a quanto ci costano in Italia. È necessario trovare il modo per obbligare i loro paesi di origine a riprenderseli». E Roscioli aggiunge che c’è anche un discorso da fare dal punto di vista della magistratura, e cioè che «paradossalmente quegli strumenti che servono per contrastare il crimine ai soggetti italiani, tipo obbligo di firma o di dimora, per i clandestini si traduce in impossibilità di espellerli, quindi è anche peggio».

Assistenza e legalità A questo tavolo sono tutti convinti che il problema sicurezza a Perugia non è amplificato, ma esiste in tutta la sua peculiarità. Sono i politici a chiedere perché tanta delinquenza ha scelto proprio Perugia. E a rispondere è Massimo Pici che a più riprese ha parlato «sottovalutazione del fenomeno» e «confusione tra assistenza e rispetto e legalità». Ma si è parlato anche di «zona grigia», di «cittadini regolari compiacenti» di «mercato immobiliare selvaggio», di «prestanome in cambio di dosi». Tutto un limbo in cui gli spacciatori clandestini trovano una sponda per la loro attività.

Mafia? Qualcuno lancia l’allarme dicendo che questi gruppi di spacciatori si stanno organizzando come fece la mafia italiana in America agli albori dell’organizzazione. Ma a frenare sull’allarmismo è Roberto Roscioli che specifica come «le loro organizzazioni sfuggono, almeno per come sono strutturate ora, dal 416 bis, non potranno mai essere accusati di associazione, tantomeno mafiosa». Ma restano tanti, troppi, sotto gli occhi di tutti a vendere morte ogni giorno.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.