di Francesca Marruco
Oltre cento anni di reclusione. Richieste di condanna durissime quelle fatte dal pubblico ministero Manuela Comodi al termine della requisitoria nel processo Codep in cui gli imputati sono processati per disastro ecologico, associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Per l’accusa, gestori del depuratore e tecnici dell’Arpa erano tutti d’accordo per coprire uno smaltimento illecito di rifiuti delle aziende zootecniche consociate che in quel modo avevano anche notevoli risparmi.
Richieste condanna In particolare il pm ha quindi chiesto 12 anni di reclusione per il presidente Codep Graziano Siena, e per il vicepresidente Giovanni Mattoni. Dodici anni anche per il tecnico Arpa Antonio Bagnetti e per i consiglieri di Codep Paolo Schippa e Rinaldo Polidori. Chiesti sei anni di reclusione per i consiglieri Codep Sergio Longetti, Nicola Taglioni, Renato Mattoni, Massimo Mencarelli e Stefano Zanotti. Sei anni anche per i funzionari di Arpa Susanna D’Amico e per Claudio Menganna e tre anni per Gianni Beretta. Chiesta invece l’assoluzione per Nicoletta Giammarioli, Giampaolo Proietti, Renato Taglioni e Giuseppe Meschini.
Accusa Per l’accusa dunque, questo gruppo di persone, sistematicamente, grazie al supporto dei tecnici dell’Arpa territoriale, avrebbero gestito illecitamente i reflui zootecnici, utilizzando meno terreni di quelli dichiarati, concentrando quantità superiori al consentito e, si ipotizza, sversando diversamente i liquami. Lo scandalo del depuratore di Bettona emerse nel luglio del 2009 con l’emissione di 11 misure di custodia cautelare, a conclusione di 3 anni di indagini da parte dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico. «Il sodalizio – scriveva il pm negli atti di indagine – operava mediante l’irregolare e non autorizzata gestione dell’impianto al fine di consentire ai consociati di disfarsi agevolmente degli enormi quantitativi di rifiuti prodotti dalle proprie aziende zootecniche, lucrando sia sui notevoli risparmi derivanti dallo smaltimento illecito, anche attraverso conferimenti di terreni da parte di proprietari (…) sia sui proventi e le utilità derivanti dalle illecite attività connesse all’esercizio dell’impianto in violazione di legge».
Quanto azoto? Inoltre, l’accusa gravissima di disastro ambientale, era stata anche quantificata da un perito dell’accusa, che avrebbe fatto un calcolo tenendo conto del quantitativo che veniva immesso nel depuratore e dei terreni in cui veniva fatta la fertirrigazione, togliendo dal conto quello che veniva spostato con i camion. Nello specifico, secondo il perito, «facendo un calcolo prudenziale», a fronte di una norma che prevede una media di non più di 240 kg per ogni ettaro, il perito parla di 700 chili. Il problema è che fino ad una certa quantità l’azoto lo assorbe la pianta, poi dopo rimane sul terreno e va nelle falde acquifere ed è dannoso per la salute umana. Tanto è vero che la procura contesta, tra l’altro, il disastro ambientale e l’avvelenamento delle falde acquifere. Si torna in aula il 16 ottobre e poi il 4 novembre per le difese.
