di Maurizio Troccoli
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A Mugnano, nella campagna perugina, c’è chi sconta gli arresti domiciliari, respirando aria buona e restituendo il favore dell’ospitalità, facendo da basista per una banda di amici rapinatori albanesi.
Quella notte Da qui inizia la tragica serata che ha segnato, a vita, una famiglia del posto. E’ l’ottobre del 2014 e sono le tre di notte. I rapinatori sceglieranno come bersaglio principale dei colpi da portare a segno quella notte, un’abitazione vicina a quella di questa sfortunata famiglia. L’ha indicata quel basista albanese che, arrestato a Casal di Principe, per una precedente rapina, ha chiesto a un suo zio, l’ospitalità nel Perugino, per trascorrere gli arresti domiciliari. Bisogna colpire lì – avrà detto alla banda – e così sarà. Ma in quell’appartamento, oltre a non trovare nessuno, non viene trovato neppure nulla di interessante. Nulla che valga il rischio di essere beccati. Tanto vale tentare a quello a fianco. Fuori ci sono parcheggiate due auto, una Bmw e un’Audi, dentro casa: padre, madre e un figlio di 10 anni.
Il terrore Nel buio della notte, una luce acceca gli occhi del papà: «Apri la cassaforte italiano bastardo», sono le uniche parole che sente, mentre il terminale di una pistola gli sfiora il volto e uno schiaffone lo catapulta nella realtà che vuole la sua famiglia a rischio. Lui avrà la lucidità di rispondere: «Vi prego lasciate stare mio figlio». Consegnerà le chiavi della Bmw e dell’Audi e, una volta che la banda avrà messo insieme preziosi, fedi nuziali e soldi, per un valore complessivo di circa 4mila euro, lascia nel terrore la famigliola di Mugnano e sparisce. C’è un’altra ‘banda’ che si mette in moto, da questo momento in poi, con tecniche affinate non dissimili da quella precedente, quanto a capacità di mimetizzarsi e incunearsi nei labirinti della criminalità. Anche se per obiettivi radicalmente opposti. E’ la squadra Mobile di Perugia che affida le indagini nelle mani di 3 uomini, considerati, nel circuito della polizia investigativa, tra i più acuti quanto a esperienza. Sono Fabio Tristaino, Claudio Mocci e Gigi Martorelli. Apprendono sul posto quante più informazioni possibili e diramano a tutte le centrali operative la segnalazione delle auto rubate ad altre informazioni utili.
La pista giusta Sono passate le tre da poco più di un paio d’ore e, all’altezza di Frosinone, un’auto della polizia Stradale che ha ricevuto il messaggio partito da Perugia, in un’area di sosta, individua una delle due auto segnalate. Vicino a quest’auto c’è una Fiat Stilo. E fuori da entrambi, ci sono due uomini che confabulano. La polizia fa per avvicinarsi e i due tentano di fuggire. Rimarrà in trappola soltanto uno, mentre l’altro riesce a darsela a gambe per i campi. Tra le mani dei poliziotti dunque c’è l’uomo che era alla guida della Fiat Silo, l’auto pulita, non quella incriminata. Racconterà che non c’entra niente con l’altro. E, dalla sua, conta di avere il fatto che l’auto in suo possesso non ha nulla che lo collochi sulla scena del colpo. Ma il suo cellulare si. E anche il biglietto dell’autostrada, che indica un orario, in sequenza con quello ritrovato dentro l’auto rubata e lasciata abbandonata dall’albanese in fuga. Sarà quel cellulare a rimandare al secondo e al terzo uomo. Quello da cui tutto ha origine. Quel basista, agli arresti domiciliari a Perugia che, solo pochi mesi prima del colpo, a giugno (mentre la rapina avverrà ad ottobre) ha strappato il braccialetto elettronico per darsi alla latitanza. Il cerchio dunque si chiude là dove gli investigatori l’avevano fatto partire. Da quell’albanese preso di mira fin dalle prime ore delle indagini e che è in contatto con una delle reti criminali più insidiose. Basti pensare che tutti e tre gli autori della rapina, di cui due ora in carcere (Hoxa Denis e Murra Ervis, di 26 e 23 anni), mentre il terzo avrebbe le ore contate, operano in una delle aree più calde d’Italia, a Casal di Principe. E’ proprio grazie anche alla squadra Mobile di Caserta e in particolar modo con la sezione distaccata del paese del noto scrittore antimafia Roberto Saviano, che la rete è stata ricostruita, gli autori appostati e accerchiati e, infine, fermati. «Sono un pericolo vero. Il futuro della criminalità», dicono gli investigatori di quel perimetro di fuoco: figurarsi che devono rispondere anche di reati di estorsione. Capito bene? Albanesi che, nella terra dei fuochi, arrivano persino a estorcere i commercianti locali.
