di Fra. Mar.
Non c’è stato nessun disastro ambientale a Bettona, e nessun fiume è stato avvelenato. E’ questo l’assunto cardine su cui l’avvocato Nicola Di Mario ha sviluppato la difesa dell’ex presidente del consiglio di amministrazione Codep Paolo Schippa, per cui il pm Manuela Comodi ha chiesto 12 anni di reclusione perché lo ritiene responsabile, insieme ad altri di aver gestito illecitamente reflui zootecnici sversati in maniera illegale. L’avvocato Di Mario, che lunedì mattina ha spiegato ai giudici per oltre tre ore perché il suo assistito deve essere assolto perché il fatto non sussiste, ha sostenuto inoltre che l’accusa non ha fornito alla Corte prove dell’esistenza dell’associazione per delinquere.
Reflui e fertirrigazione Nel merito quindi, la difesa di uno degli imputati per cui è stata chiesta una delle pene più dure, ha spiegato che non si può parlare di disastro ambientale per due questioni. L’avvocato ha chiamato un’«audace sfida al senso comune» la stima che il consulente dell’accusa ha fatto in merito alla quantità di liquami che sarebbero stati sversati illecitamente con la fertirririgazione, e questo perché, per produrre 900mila metri cubi di liquami servirebbero 116 mila capi di bestiame nel caso in cui il depuratore Codep non avesse funzionato, se invece – come sostiene la difesa – il depuratore era a regime, di suini ne sarebbero serviti 313 mila. Di Mario ha parlato invece, dati alla mano estrapolati da documentazione Asl e Comune di Bettona, di una media di 45 mila capi nel periodo in esame. Non solo, è sempre la difesa a metterlo in evidenza, per quanto riguarda la fertirrigazione, che per la procura sarebbe stata operata in quantità abnorme, l’avvocato ha sottolineato che la norma del limite del carico idraulico, che mette dei paletti ben precisi sui quantitativi, è solo relativa ai terreni con più del 15 % di pendenza, cosa che, per la difesa Schippa, non si presenta nel caso di specie. Il legale ha anche richiamato un’intercettazione in cui un allevatore dice a Schippa: «Voialtri vi siete ritrovati con un lago pieno di merda, che non avete vuotato il lago, questo qui è un dato di fatto. Eh?».«Almeno lui – è sempre l’allevatore – lo buttava sul fiume il piscio, voialtri non ce lo avete buttato e vi siete riempiti di piscio». E questo «voi non ce lo avete buttato» dimostrerebbe due cose: che non si era fatta la fertirrigazione massiccia altrimenti il lago sarebbe stato vuoto, e che il suo assistito non aveva neanche preso parte a precedenti sversamenti nel fiume. Quanto invece all’accusa di traffico illecito di rifiuti, l’avvocato ha risposto all’accusa dicendo che all’epoca dei fatti i reflui zootecnici erano esclusi dalla normativa dei rifiuti, e questo perché stabilito da una delibera regionale, che se sbagliata, ha indotto in errore, chi da quella legge era orientato.
Avvelenamento fiume L’accusa contesta anche l’avvelenamento delle falde acquifere. La difesa ha sostenuto he il tecnico di Arpa non sarebbe stato in grado di attribuire la causa che ha determinato gli allarmi delle centraline per la presenza di azoto ammoniacale. O meglio, è impossibile dire se dipendeva dai reflui Codep o da altro. Laddove per altro poteva essere reflui di altri allevamenti esclusi dal consorzio perché morosi, concimi chimici o anche reflui umani, che avrebbero potuto produrre lo stesso risultato se rilevato dalle centraline del fiume. In più, l’avvocato ha sostenuto che nessuno ha provato che le sostanze rilevate fossero veleno. «Veleno – ha spiegato Di Mario – è sostanza che ha potenzialità lesiva già a concentrazioni minime e ridotte, zinco, rame, nitrati e nitriti e non rientrano nella lista dei veleni». Inoltre, ha spiegato ancora i valori di questi elementi erano molto al di sotto della concentrazione soglia di contaminazione. Infine, il legale ha anche sostenuto che nessuno ha provato che le acque fossero destinate ad alimentazione umana e che quindi fossero un pericolo per la salute pubblica.
