di Enzo Beretta
Nella memoria depositata ai pm di Firenze dall’avvocato Franco Matarangolo che assiste i familiari di Davide Piampiano, ucciso l’11 gennaio mentre era a caccia sui Monti del Subasio, viene messo in dubbio il fatto che l’assassino Piero Fabbri possa essere stato in compagnia di qualcuno durante l’attività di depistaggio inscenata subito dopo l’omicidio: «Ha fatto sparire il bossolo e il fucile, non si sa se aiutato da terze persone». In cinque pagine inoltrate ai pubblici ministeri che hanno derubricato l’accusa al muratore da omicidio volontario con dolo eventuale in delitto colposo – proprio ieri è stato scarcerato e gli è stato imposto l’obbligo di presentazione in caserma due volte al giorno – Matarangolo dice che «non possono essere prese per buone le indicazioni dell’indagato»: «Lo stanno a dimostrare i suoi comportamenti durante e dopo la morte di Davide». E passa in rassegna le mosse dell’indagato nei minuti successivi allo sparo: 1) ha scaricato il fucile del ragazzo per simulare che si fosse sparato da solo; 2) ha occultato la giacca da caccia, essendo risultato vestito in altro modo nell’incontro con i carabinieri subito dopo il fatto, rispetto all’abbigliamento ricavabile dal video; 3) ha fatto sparire il bossolo ed il fucile, non si sa se aiutato da terze persone; 4) ha raccontato a tutti, nell’imminenza del fatto e nei giorni successivi, l’inverosimile ricostruzione contenuta in atti; 5) nei giorni seguenti ha fatto continue visite alla famiglia del defunto, raccontando sempre la solita storia e facendo credere che la morte del ragazzo fosse dipesa da una sua leggerezza; 6) questo atteggiamento e racconto lo ha sostenuto anche all’inizio dell’interrogatorio di garanzia, per poi cambiare versione e ‘pentirsi’ solo di fronte alla contestazione di quanto registrato dalla telecamera GoPro che Davide portava sempre con sé.
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Il dolo eventuale Nell’atto si legge: «Si potrebbe aggiungere un’altra ipotesi di dolo eventuale. L’indagato sarebbe stato chiamato al telefono da Davide che gli ha riferito che era stato avvistato un cinghiale ma che si era smarrito il cane che lo seguiva», a quel punto «Fabbri è uscito di casa, che si trova non lontana dal luogo dell’evento, armato di fucile, per andare incontro al giovane». «Da esperto conoscitore dei luoghi – prosegue Matarangolo – era quindi conscio dove si trovasse il giovane e che presto si sarebbe imbattuto in lui, avendo ricevuto verosimilmente le coordinate. Le condizioni di tempo e di luogo lasciavano ampia visuale a Fabbri, che ha deciso di sparare, a suo dire, ritenendo trattarsi di un cinghiale».
«Fabbri non è un cacciatore inesperto» Matarangolo aggiunge: «Piero Fabbri non è un inesperto, un cacciatore alle prime armi, ha 57 anni e va a caccia da una vita, sin dall’età di 14 anni, quindi la scelta di sparare al minimo fruscio, scambiando una persona per un cinghiale, si concilia male con lo stato dei luoghi, con i 184 centimetri di altezza e la corporatura robusta di Davide Piampiano che quel giorno indossava un abbigliamento particolare, un giubbotto definito ad alta visibilità». E conclude a proposito della «callidità dimostrata nell’inquinamento delle prove da parte dell’indagato, che potrebbe continuare, tenuto conto della conosciuta omertà che vige tra i cacciatori».
La perizia balistica La famiglia Piampiano sollecita una «perizia balistica» per «ricostruire il più fedelmente possibile la dinamica» dell’omicidio.
