di Marta Rosati
Ha chiesto 30 anni di carcere il sostituto procuratore Alessandro Tana per Nicola Gianluca Romita, l’agente di commercio 48enne che, il 26 marzo 2025, al culmine di una lite, ha strangolato e ucciso nell’appartamento di via Portafuga a Spoleto la moglie Laura Papadia, 37 anni. Nella sua requisitoria per l’omicidio volontario aggravato dal vincolo coniugale, Tana ha evidenziato che «strangolare una persona non è così immediato»: Laura per il medico legale è morta di «asfissia acuta da strangolamento atipico» probabilmente compiuta «prima con le mani e poi con una mantellina con lacci». E ancora: «Se lo strangolamento fosse avvenuto come dice Romita, quando erano uno di fronte all’altro, significherebbe che lui ha assistito a tutto l’excursus fino alla morte, senza mai desistere».
Il sostituto procuratore davanti alla Corte d’Assise di Terni ha quindi ricostruito i movimenti di Romita, sottolineando come, dopo il delitto, l’imputato «non abbia chiamato i soccorsi o le forze dell’ordine, ma si sia vestito e sia uscito portando con sé un coltello, il proprio telefono e quello di Laura Papadia, che ha anche avuto l’accortezza di spaccare in due pezzi e di gettare dal Ponte delle Torri di Spoleto, dove nel frattempo c’era chi si preoccupava per Laura Papadia». Tana ha quindi tracciato il profilo della relazione tra Romita e Papadia emerso dalle indagini e in dibattimento, definendolo «senza dubbio problematico, poco sano: Laura parlava di rapporto ondivago e riferiva di insulti che riceveva dall’imputato, mentre i familiari hanno raccontato di un controllo costante del Romita sulla moglie, che era costretta a parlare in inglese col fratello Alessandro per non farsi capire dal marito». Per il pm, però, quella di Romita «non è stata una studiata progettazione omicidiaria», bensì un delitto compiuto «con dolo d’impeto» che l’imputato ha poi «confessato, esprimendo in qualche modo anche una sorta di pentimento, oltreché un atteggiamento difensivo collaborativo». Tuttavia, ha concluso Tana, Romita «uccidendo Laura ha ucciso anche il suo sogno, quello di diventare madre». In questo quadro, il sostituto procuratore ha sollecitato la condanna a 30 anni, con concessione delle circostanze attenuanti generiche da riconoscere come equivalenti alle aggravanti contestate.
Prima della discussione, però, l’udienza odierna davanti alla Corte d’Assise di Terni (presidente Tordelli) si è aperta con l’esame degli ultimi testimoni, tra cui le consulenti mediche della difesa, che hanno tracciato il profilo dell’imputato, il quale ha sempre sostenuto che le liti con la moglie Laura Papadia derivavano dal desiderio di lei di avere un figlio che invece lui non voleva, perché era già diventato padre due volte da precedenti relazioni. Secondo la psichiatra e la psicoterapeuta Romita di fronte «a carichi di stress significativi non risponde di sé stesso» e sarebbe «dotato di difese primitive che sono soggette a facile crollo». Tuttavia, in base alla relazione l’imputato reo confesso «non presenta alcun problema cognitivo, non travisa cognitivamente le situazioni, semplicemente non le regge quando sono particolarmente complesse, e non si ravvisa un quadro psicopatologico seppur qualcosa non funziona, non è un soggetto sano».
Dopo l’esame delle due professioniste, gli avvocati difensori Luca Valigi e Aldo Poggioni ha avanzato diverse richieste alla Corte, tra cui una procura speciale per la vendita di immobili di Romita, come richiesto dallo stesso detenuto, la perizia genetica sulle tracce di sangue rinvenute sul luogo del delitto, una perizia psichiatrica e, ancora, una informatica sui device rinvenuti e sequestrati, nonché l’acquisizione della relazione integrale della psicoterapeuta Silvestris, che in aula ha disconosciuto quella depositata al tempo dell’udienza preliminare. Su quest’ultimo punto l’avvocato di parte civile Filippo Teglia ha chiesto la trasmissione degli atti alla Procura di Spoleto, col sostituto procuratore Tana che si è associato.
