di Fra. Mar.
«Sbalordito dalla superficialità impressionante con cui si è arrivati alle conclusioni». Il professor David Brunelli, che insieme all’avvocato Alessandro Bacchi defendeva Rinaldo Polinori, nell’ambito del processo al consorzio di gestione del depuratore di Bettona Codep, ha usato parole molto dure per parlare della consulenza di cui si è avvalsa la procura della Repubblica di Perugia per dimostrare che a Bettona il consorzio non trattava i reflui degli allevamenti suini e che anzi, venivano sversati illecitamente e in quantità abnormi.
Calcoli superficiali La «superficialità» a cui si riferisce il legale sarebbe quella relativa ai calcoli con cui il consulente è arrivato a stimare l’ammontare di liquidi sversati nei campi di competenza del consorzio. Ebbene, la procura ipotizza che in un anno siano stati circa 900 mila chili a finire sulle terre, e, secondo quanto spiegato dall’avvocato Brunelli, il dato finale si sarebbe ricavato partendo dall’analisi di due giorni fatta dal consulente nel luglio 2007. «Ma come si fa – ha attaccato il legale – ad estendere i dati raccolti in un periodo limitato circoscritto a un solo campo, a tutto l’anno per tutti i terreni? E’ un calcolo che non sta in piedi».
10 volte meno L’avvocato poi ha anche richiamato il calcolo secondo cui, per produrre 900 mila chili di liquami ci vorrebbero circa 300 mila suini.«Stupisce – ha detto ancora il legale – che il consulente dell’accusa non si sia chiesto quanti capi ci fossero. Ebbene ce n’erano circa 10 volte meno di quelli che sarebbero serviti per produrre quelle quantità. E anche volendo ipotizzare che tutte le stalle fossero state piene, non ci sarebbero stati più di 80mila capi». E quindi, meno capi, meno reflui, meno azoto buttato sui terreni con la fertirrigazione: l’accusa contesta infatti che le quantità di azoto sversate sui terreni era elevatissima e ha prodotto il disastro ambientale.
Chi ha fatto cosa? L’avvocato Brunelli, che difende Rinaldo Polinori, all’inizio del suo intervento aveva inoltre sostenuto che,«di fronte alle accuse di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, e alle due gestioni Codep sarebbe comunque stato difficile indicare chi avesse cagionato cosa». Ma il difensore è andato oltre, cercando di smontare il teorema accusatorio sostenendo quindi l’inesistenza sia del disastro ambientale che dell’avvelenamento di acque. Sulle acque in particolare ha sostenuto: «E’ davvero certo che le acque dei pozzi ritenuti contaminati erano davvero destinate all’uso umano?. Secondo noi erano solo pozzi per irrigazione».
Infondate accuse contro tecnici Arpa L’avvocato Maria Mezzasoma, che difende insieme al collega Pietro Magrini, il funzionario di Arpa, Claudio Menganna, ha sostenuto invece che: «La condotta che il pm rimprovera ai componenti della sezione territoriale Arpa di Bastia è sostanzialmente quella di aver omesso i controlli dovuti; omissione, questa, che avrebbe permesso la gestione illecita di rifiuti da parte della Codep e degli allevatori e con essa il disastro ambientale asseritamente realizzatosi. Le omissioni contestate sarebbero frutto della compiacente disponibilità della sezione territoriale poiché asservita, secondo l’accusa, agli interessi di Codep. A fondamento della propria tesi, il pubblico ministero, nell’esordio della propria requisitoria, sostiene che quella situazione di inquinamento non avrebbe potuto realizzarsi se non ci fosse stata la complicità di più soggetti, tra cui gli organi di controllo e quindi l’Arpa».
Nessuna corruzione Ma il legale ha sottolineato con forza come «di tale complicità non vi sia traccia alcuna agli atti del fascicolo. Lo stesso pm è costretto ad ammettere come non si sia in presenza di atti corruttivi mentre sfugge alla pubblica accusa come risulti provata un’effettiva e rilevante attività di controllo protrattasi nel tempo attraverso sopralluoghi ed esame di documentazione, seguiti da segnalazioni, denunce e prescrizioni di vario tipo».
Nessuna adesione a programma disastro Quanto al disastro ambientale, l’avvocato Mezzasoma evidenzia che «la condotta tenuta od omessa deve essere coscientemente diretta a provocare un vero e proprio disastro con la consapevolezza che da questo può derivare un pericolo per l’incolumità pubblica che viene accettato nel suo possibili verificarsi. Non vi è nulla agli atti che evidenzi l’adesione dei componenti della sezione territoriale di Arpa , ed in particolare di Menganna, ad una condotta evidentemente diretta a realizzare un disastro ambientale». Mancano le ultime difese, poi la sentenza di primo grado.
