Foto Tgr (YouTube)

di M. R.

«Racconta ai carabinieri di Amelia che hai tentato di avvelenarmi come ti hanno chiesto di fare i parenti di Barbara in cambio di soldi». Questa la richiesta del marito della Corvi, Roberto Lo Giudice (ora in custodia cautelare in carcere con l’accusa di omicidio e occultamento o soppressione di cadavere della moglie) avanzata l’estate scorsa, al figlio dell’attuale compagna e di uno dei collaboratori di giustizia che hanno contribuito a ricostruire il puzzle della scomparsa della donna di Montecampano risalente al 2009. Si tratta di uno degli episodi che hanno indotto il gip Simona Tordelli a disporre la carcerazione dell’uomo.

«DENUNCIAMI E FACCIO A PEZZI I FIGLI»

Caso Corvi «Sintomo della capacità persuasiva esercitata dal Lo Giudice e della sua abilità nell’inquinamento delle prove – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – è la denuncia sporta dal giovane presso la questura di Padova per accusare ingiustamente il padre e la sorella di Barbara Corvi, di avergli commissionato il suo avvelenamento dopo che i carabinieri di Amelia non vollero raccogliere la denuncia poi rivelatasi del tutto falsa, tanto che il procedimento è stato archiviato».

Il finto avvelenamento «Questa vicenda, tuttavia -si legge ancora nel documento – è molto significativa perché evidenzia non solo l’abilità di Lo Giudice nello strumentalizzare le persone a lui più vicine per i propri interessi, ma soprattutto il tentativo di inquinare indirettamente le prove del presente procedimento; infatti è scontato che egli, consapevole che erano in corso nuove indagini a suo carico per la scomparsa della moglie, ritenendo, in realtà erroneamente, che l’iniziativa della riapertura fosse attribuibile ai parenti di Barbara, mai arresisi di fronte ad un evento così tragico, abbia convinto il figliastro, nel successivo mese di novembre 2020, a sporgere la falsa denuncia, con l’obbiettivo di minare la credibilità del papà e della sorella di Barbara, facendo apparire costoro come mandanti di un tentato omicidio ai suoi danni, così lui stesso da apparire come vittima di una macchinazione ordita dai medesimi nei suoi confronti. Orbene, solo una mente dotata di una astuzia e di una inusuale capacità criminale sarebbe in grado di architettare un piano di tal genere».

La scomparsa di Barbara Alla luce di tali considerazioni il giudice ha non a caso accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere «posto che qualsiasi altra misura meno afflittiva, quale anche gli arresti domiciliari, non impedirebbe Roberto Lo Giudice non solo di prevenire atti lesivi della incolumità dei suoi familiari ma anche e soprattutto di manipolare le indagini in corso, magari avvalendosi della collaborazione della sua convivente (del tutto succube dell’indagato e incapace di reagire alle condotte criminali di quest’ultimo, tanto da assistere impotente ai maltrattamenti posti in essere nei confronti di suo figlio, e pertanto da ritenersi facile strumento, in mano all’indagato, per attuare i suoi piani delinquenziali) o anche del fratello Maurizio che, come è noto, ha sempre costituito per Roberto il suo referente e consigliere».

Klaus Davi E a proposito di Maurizio Lo Giudice, anch’esso indagato ma non soggetto a misure restrittive, è di nuovo il noto giornalista Klaus Davi a rivelare che «assieme al fratello, sapeva di essere nel mirino degli inquirenti tanto che scoprì ben due microspie nella sua auto: la prima all’indomani della scomparsa di Barbara e la seconda il giorno in cui seppe di essere indagato». Secondo la ricostruzione della procura ternana «fu proprio Maurizio a entrare nel computer di Barbara in un quadro di reiterati depistaggi».

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