Dopo una visita in infermeria si sarebbe rifiutato di rientrare nella sua sezione, aggredendo più volte gli agenti e arrivando anche a lanciargli contro un tavolo. È di quattro poliziotti della penitenziaria feriti, con una prognosi complessiva di 44 giorni, il bilancio dell’ennesimo episodio violento che si è verificato nella mattinata di ieri 16 settembre all’interno del carcere di Spoleto.
A denunciarlo è il segretario regionale del Sappe Fabrizio Bonino che al Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), sostenuto dal segretario nazionale Donato Capece, torna a chiedere «interventi immediati», a cominciare dallo «screening dei soggetti più problematici e trasferimento tempestivo dei detenuti violenti, adeguati strumenti di tutela e difesa, protocolli operativi aggiornati e un rafforzamento degli organici».
Protagonista dell’aggressione nel carcere di Spoleto del 16 settembre un detenuto di media sicurezza che, naturalmente accompagnato, era uscito dalla sezione per raggiungere l’infermeria. Esaurito il lavoro del personale sanitario, però, il recluso avrebbe opposto resistenza nella fase di rientro in sezione, piazzandosi in «un locale di transito e impedendo il passaggio di altri detenuti, appartenenti a circuiti diversi, in violazione del divieto di incontro», ricostruisce una nota del Sappe.
Dopodiché è esplosa la violenza, col recluso che, «ai ripetuti inviti degli agenti affinché rientrasse in sezione, così da ripristinare la regolarità del servizio, avrebbe reagito aggredendo più volte il personale e scagliando anche un tavolo contro gli operatori», spiega Bonino, secondo cui i quattro colleghi «hanno riportato lesioni nelle successive operazioni di contenimento» e sono poi stati «trasportati al Pronto soccorso» di Spoleto.
Ancora una volta il sindacalista «esprime solidarietà ai feriti, che però – dice – a questo punto non basta più, perché siamo stanchi di contare feriti». Bonino, poi, sottolinea che «quello di Spoleto non è un episodio isolato, ma l’ennesimo segnale di una gestione che mostra tutte le proprie criticità quando deve affrontare detenuti che non accettano regole e autorità. Il personale – conclude il segretario insieme a Capece – interviene, rischia, viene ferito e poi si ricomincia come se nulla fosse: questo modello non garantisce né la sicurezza degli agenti né quella degli stessi detenuti».
