Armeni durante i funerali di Lucentini

di Francesca Marruco

«Lo so lo so, me girano i cojoni a me.. capito? Ecco te l’ho detto.. se si tratta di te mi, mi mandano in bestia, io ammazzo pure eh». La telefonata è del 28 maggio 2015, 12 giorni dopo aver ucciso il collega Emanuele Lucentini nel cortile della caserma di Foligno. Emanuele Armeni parla al telefono con una donna per cui dimostra di avere un «attaccamento notevole» e forse ancora non sa di essere indagato non più per omicidio colposo, ma per omicidio volontario aggravato. E’ sempre dalle numerose telefonate avute con lei la notte prima della morte di Lucentini, e dalle dichiarazioni della stessa donna che – secondo i giudici del riesame che gli hanno negato la scarcerazione – «dimostra di avere una personalità violenta, pronta ad eliminare ogni ostacolo che si possa frapporre».

Caserma luogo più sicuro Il particolare emerge dalle motivazioni con cui i giudici del tribunale del Riesame hanno rigettato il ricorso  di Emanuele Armeni contro il suo arresto, chiedendo che in subordine alla libertà, gli venissero concessi  anche gli arresti domiciliari. Nelle 22 pagine di sentenza i giudici Marco Verola, Luca Semeraro e Daniele Cenci, non solo smontano una volta di più la ricostruzione dell’omicidio fornita da Armeni, parlando di «scelta volontaria di cagionare la morte», ma «ove l’indagato, nel ragionare sulle modalità di esecuzione dell’omicidio, abbia precostituito la tesi del colpo accidentale», la scelta della caserma come teatro del delitto, è «ancora più coerente». Ed è in quest’ottica che secondo i giudici, «la caserma, per il tipo di delitto commesso, è il luogo più sicuro».

Pistola e M12 Per i togati, il fatto che il colpo non sia stato esploso con la pistola d’ordinanza che Armeni aveva addosso, è un «elemento significativo ai fini del dolo». E questo perché, «l’indagato non avrebbe avuto alcuna giustificazione plausibile per l’estrazione dell’arma dalla fondina». Mentre invece, la M12 a fine turno viene comunque maneggiata per le operazioni di scarico. Senza contare che la telecamera orientata nel cortile della caserma non funzionava da diversi mesi e solo tre abitazioni affacciano sulla caserma. «Tali circostanze – specifica  il giudice estensore della sentenza Luca Semeraro – erano certamente note all’indagato».

Nessun soccorso Indagato che, come già emerso in precedenza, «non ha prestato soccorso ad Emanuele Lucentini» perchè, per i giudici, «sapeva già cosa gli aveva fatto». Inoltre, appena udito lo sparo, uno dei militari si affaccia subito alla finestra e vede Armeni «in piedi con lo sguardo rivolto verso la finestra della centrale operativa». Quindi, «dopo aver sparato e posato l’arma a terra non ha soccorso la vittima o è andato a vedere cosa le fosse successo, come qualunque persona che accidentalmente o per colpa cagiona una grave lesione o un evento letale, ma ha guardato verso la centrale operativa».

Le minacce con le armi Nel corso delle indagini poi è emerso che Emanuele Armeni aveva minacciato con le armi altri colleghi in tre diverse occasioni. Per i giudici,«questi episodi dimostrano che aveva un totale dominio delle armi e quando ha posto in essere ‘scherzi’ con le armi lo ha fatto in condizioni di sicurezza, verificando la loro inoffensività. Come quando puntò la pistola, vuol dire che era certo che la pistola non avesse neanche un colpo in canna. Come quando tirò la massa battente puntando la M12 era sicuro che non sarebbe avvenuta l’esplosione del colpo». E questo per i giudici vuol dire che che quando ha messo in atto queste «operazioni indebite» lo ha fatto nella consapevolezza della «non offensività dell’arma». E che se avesse voluto fare uno scherzo anche a Lucentini con l’M12,«avrebbe tolto il caricatore, o non tirato l’asta fino alla fine, da perfetto conoscitore di quell’arma».

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Movente E, anche se allo stato non è stato individuato un movente specifico, esistono degli «elementi dai quali è possibile cercare di trovare la motivazione dell’omicidio». Primo fra tutti è che i loro rapporti «non erano affatto buoni» perché «l’indagato disprezzava notevolmente la vittima». E Armeni, come emerge da una intercettazione ambientale, «spesso si è incazzato con lui». Senza contare che anche la moglie di Lucentini ha riferito dei contrasti che c’erano fra loro due.

Come in Iraq «Mi risulta che abbiano discusso per i fatti inerenti il servizio – ha raccontato  -. Ricordo che in questo periodo sette- otto volte si è sfogato con me per la condotta di Armeni. Entravano in battibecchi: Armeni voleva comportarsi in un determinato modo, mentre mio marito, che era capopattuglia, non ne condivideva alcuni comportamenti. Mi colpiva il fatto che me ne parlasse, perché in altre situazioni non si è mai sfogato con me, perchè non era solito trasferirmi delle ansie per i suoi problemi personali». La moglie aveva specificato che Emanuele si era lamentasto perchè Armeni «era spavaldo. Più volte – ha raccontato la donna- mi aveva detto: “non faccio altro che rimproverarlo, non sopporto che vada così veloce con la macchina». Ma per Armeni, come lui stesso disse al telefono, «la strada è una guerra uguale come sta in Iraq».

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