di Fra. Mar.
E’ stata fissata per martedì prossimo l’udienza dinanzi al tribunale del Riesame di Perugia, per Emanuele Armeni, l’appuntato scelto dell’Arma arrestato con l’accusa di aver ucciso volontariamente il collega Emanuele Lucentini, morto il 16 maggio scorso per un colpo di mitra alla testa nel cortile della caserma di Foligno.
Riesame Martedì 4 agosto dunque il militare, tramite l’avvocato Marco Zaccaria, chiederà ai giudici di Perugia di revocargli la misura cautelare in carcere. Armeni infatti continua a sostenere che il colpo partito dalla M12 sia stato accidentale, e non voluto, come invece sostiene la procura di Spoleto e anche il gip che prima ne ha ordinato l’arresto e poi gli ha negato la scarcerazione.
La versione di Armeni Armeni, che ha spiegato di avere prima scaricato la sua M12, ( anche se altri militari hanno detto: «Né io né i miei colleghi lo abbiamo mai fatto. Per scaricare l’arma disinseriamo il caricatore, non c’è bisogno di fare il colpo di prova perché con l’M12 è impossibile avere il colpo in canna»), e di essersi poi sporto all’interno dell’auto per prendere la M12 di Lucentini, poi, nell’uscire, «prendevo una storta scivolavo e nel riprendermi cadevo a terra e partiva sto colpo». Armeni ha detto inoltre di aver sparato quando era «basso basso. Io non sono andato per terra ma quasi».
Incompatibile Ma per il gip di Spoleto la versione di Armeni è incompatibile sia con il funzionamento di una M12 sia con la traiettoria di sparo. Secondo il perito balistico che per ora ha depositato solo un preliminare di perizia alla procura, la volata dell’arma, al momento dello sparo, si trovava tra 144 e 160 cm, e la traiettoria del colpo è compatibile solo con una posizione eretta dello sparatore. E dunque per il gip lo sparo è stato frutto di una «scelta volontaria». Di cui però purtroppo neanche la procura ha ancora trovato il movente.
Presunte minacce Ci sono quegli episodi inquietanti emersi durante le indagini di alcuni colleghi di Armeni che sarebbero stati minacciati da lui con le armi. Ma, «anche a voler ammettere che Armeni avesse voluto spaventare il collega come già accaduto con i colleghi – scrive il gip -, è comunque dolo diretto». Sono stati in tre carabinieri a mettere a verbale di quelle«minacce» che Armeni avrebbe fatto loro con le armi. Ad uno avrebbe puntato la pistola tra la testa e il petto sparando poi in bianco. E queste minacce hanno influito sulla deecsione del giudice che lo ha definito «pericolosissimo».
Intercettazioni A complicare la posizione di Armeni ci sono anche quelle intercettazioni ambientali captate dopo il funerale di Lucentini: «Un uomo buono» aveva detto ufficialmente Armeni parlando del collega morto, «un testa di cazzo» disse il giorno in cui venne intercettato. «Io l’ho ammazzato – aveva detto ancora -, ma fallo passà da martire..Io non ho rimpianti».
Le reazioni alle intercettazioni Nello spiegare queste frasi il suo avvocato aveva inoltre detto:«Le frasi pronunciate dal mio assistito e intercettate all’interno della sua auto dopo il funerale di Lucentini sono tutte spiegabili: Armeni si è sfogato perché fino al giorno prima tutti i colleghi della caserma criticavano l’operato di Lucentini, invece dopo la sua morte lo hanno santificato». Non si era fatta attendere la risposta dei legali della vedova Lucentini che avevano affidato ad una nota stampa la loro indignazione: «E’ auspicabile che in futuro possano essere evitate analoghe esternazioni avventate, tra l’altro smentite dai fatti – viste le manifestazioni sincere di affetto e di vicinanza dei tanti colleghi fino ai più alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, dei moltissimi amici nonché delle tante persone che si sono stretti intorno ai familiari della vittima – oltre che in alcun modo funzionali alla difesa dell’indagato».
Perizie Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare anche i risultati dell’accertamento genetico che la procura ha delegato alla dottoressa Augenia Carnevali, che doveva individuare eventuale Dna sulla mitraglietta da cui è partito il colpo mortale e sull’ogiva ritrovata nel cortile. Intanto, semrberebbe che sulla M12 non ci sarebbero impronte digitali, circostanza abbastanza strana per un’arma in dotazione ad una pattuglia dei carabinieri.
