di Francesca Marruco
Il processo con giudizio immediato per Emanuele Armeni, il carabiniere arrestato lo scorso luglio con l’accusa di omicidio premeditato per aver ucciso il collega Emanuele Lucentini, inizierà il 12 aprile 2016 davanti alla Corte d’Assise di Terni. Il gip di Spoleto ha dunque accolto la richiesta di giudizio immediato presentata dalla procura della Repubblica di Spoleto che salta l’ udienza preliminare per andare direttamente al dibattimento. Il processo con giudizio immediato viene ammesso quando vi è evidenza della prova della colpevolezza dell’imputato.
Immediato La procura dunque, con l’accoglimento di questa richiesta, parte già in vantaggio. Almeno sulla carta. Nel frattempo, prima di aprile del prossimo anno, e precisamente il 19 gennaio, sarà anche la Cassazione a doversi pronunciare sulla misura cautelare di Armeni, contro cui hanno fatto ricorso i suoi legali. Armeni, che per la procura di Spoleto è resposnabile di aver ucciso il collega Emanuele Lucentini con premeditazione, ha sempre sostenuto che quella maledetta mattina nel piazzale della caserma di Foligno, gli partì un colpo dalla mitraglietta M12 mentre scendendo dalla macchina di servizio aveva preso una storta.
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Premeditato Ma la procura non ha mai creduto alla versione dell’incidente. Perchè quelle armi non sparano per sbaglio, perché la traiettoria non torna, e perché per far partire un colpo da una M12 si deve esercitare una forte pressione sul grilletto. In maniera voluta. Anzi per i magistrati Sandro Cannevale e Michela Petrini, Armeni avrebbe addirittura premeditato il gesto. E avrebbe sparato per uccidere. Sparato mirando alla testa del collega. «Nessuno – avevano evidenziato i magistrati – lo sente urlare o gridare aiuto dal piazzale della caserma. Non si avvicina al corpo di Lucentini per soccorrerlo o anche solo per sincerarsi delle condizioni del collega in quel momento ancora vivo»
Sapeva dove mirava «Se davvero avesse sparato mentre stava scivolando (come ha detto lui stesso, ndr) – scrivevano i giudici – non avrebbe potuto conoscere neppure la zona del corpo colpita», e in questo senso, «l’unica spiegazione possibile del comportamento è che Armeni sapesse bene di aver sparato alla testa di Lucentini, e che il collega, ferito così gravemente, non sarebbe sopravvissuto».
Presunzione I legali di Armeni, hanno tra l’altro sostenuto che «l’affermazione colpevolista si fonda su una mera presunzione, ossia che il Lucentini era un militare scrupoloso e pignolo per cui non avrebbe mai lasciato la propria arma caricata e pronta a fare fuoco nell’abitacolo della vettura di servizio».
