di Francesca Marruco

L’otto ottobre scorso l’aveva obbligata a compiere un atto sessuale sotto la minaccia di un coltello di trenta centimetri puntato alla gola. «Ti ammazzo, non me ne frega niente se vai dai carabinieri», le aveva detto più volte. Nel mese di luglio, quando lei lo aveva già denunciato una volta per maltrattamenti, l’aveva svegliata in piena notte, era salito su una scala e aveva minacciato di impiccarsi.  Alla fine invece ha ucciso i loro bambini Ahmed e Jihane, vittime innocenti di un odio cieco ed egoista.

I maltrattamenti  Il calvario che Naoual Belgotte ha sopportato e dovrà sopportare per il resto della vita senza i suoi figli inizia da lontano. Sposa Mustapha Hajjaji nel 2000 presso il consolato del Marocco a Roma con Jihane già nella pancia. Dodici anni dopo quell’uomo diventerà l’assassino dei suoi figli . E’ il gip Luca Semeraro nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a ricostruire tutti gli antefatti al tremendo duplice omicidio dei due bambini. «La donna –  si legge – aveva riferito che il marito fin dall’inizio del matrimonio era stato violento con lei. I maggiori  problemi però erano sorti quando il marito aveva perso il lavoro. Quando lei tornava stanca dal lavoro, l’uomo le chiedeva di avere rapporti sessuali, ma al suo rifiuto, collegato solo alla stanchezza, l’uomo ‘iniziava ad essere violento e mi diceva che mi rifiutavo solo perché avevo altri uomini’».

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La denuncia  Nella denuncia del maggio scorso Naoual aveva detto che Mustapha «la maltrattava anche in presenza dei bambini, che la seguiva e diceva ai figli che si vergognava di uscire con la moglie’ perché non indosso gli abiti che dice lui’. Proprio il 30 maggio le aveva dato degli schiaffi sul viso e sulle braccia davanti ai figli». Naoual non ce la faceva più, era «esausta», dice lei stessa ai carabinieri, ma forse proprio per amore dei suoi figli con cui il marito si comportava in maniera amorevole, aveva deciso di ritirare quella querela lo scorso agosto.

La violenza  E invece ad ottobre ecco di nuovo l’incubo. Stavolta più tremendo: «Mentre stavo facendo le faccende domestiche  – ha raccontato lei stessa che in un primo momento non aveva detto della violenza sessuale per vergogna – improvvisamente prendeva un coltello e me lo puntava alla gola urlando accuse di assurdi tradimenti con altri uomini, pretendendo un rapporto sessuale al quale non intendevo assecondarlo. Lui si è spogliato interamente e sempre sotto la minaccia del coltello e dopo che mi aveva costretto a spogliarmi a mia volta, strappandomi reggiseno e slip, iniziando a pretendere ed ottenere un rapporto orale. Dopo aver ottenuto quello che voleva, abbassava il coltello. Durante l’azione Mustapha mi ha ferito lievemente al collo con la lama che teneva puntata alla mia gola».

La speranza e la tragedia  E’ questa la goccia che fa traboccare il vaso. Naoual decide di andare via di casa con i bambini. Pianifica tutto e li porta dalla sorella. Poi in quella nuova casa in via Gabriotti diventata il teatro della mattanza. Intanto Mustapha resta nella loro casa di Città di Castello. Al giudice ha detto di aver avuto «fissa nella sua mente da circa 15 giorni l’idea di morire con i suoi figli», «di andare via portando con sé ciò che aveva di più caro», ma di «non aver mai commesso atti sessuali violenti, ammettendo di aver colpito la moglie solo in un’occasione, spiegando i motivi della sua gelosia con quanto scoperto sulle chat utilizzate dalla moglie».

La follia  La premeditazione e la pianificazione del gesto folle di uccidere i propri figli, secondo il gip Semeraro è anche rintracciabile nel fatto che, «secondo quanto riferito da Naoual, nonostante il padre fosse abituato a vedere i figli tutti i giorni, era dal giorno 4 novembre, cioè tre giorni prima dell’omicidio, che non li incontrava più, come se maturata  definitivamente l’ideazione del duplice omicidio, egli avesse atteso il momento propizio».

La fine  «Li vedevo soffrire per la separazione – ha spiegato l’assassino al gip – soffrivo anche io perché li incontravo solo nel fine settimana ed ho voluto farla finita. Loro erano le mie persone più care, gli ho sempre voluto bene e per questo motivo volevo portarle via da questo mondo». Hajjaji ha detto che non gli «riusciva» di uccidere il piccolo Ahmed, ammazzato per primo. La sorella maggiore ha tentato di difenderlo ma non ce l’ha fatta. Sono morti in un lago di sangue che usciva anche da sotto la porta del bagno. «I bambini si sono difesi e chiedevano aiuto» ha raccontato ancora l’assassino. Parole spaventose che però non hanno fermato l’uomo mosso da una sete di vendetta insanabile nei confronti della moglie. Hajjaji era arrabbiatissimo con lei. Al giudice ha detto che lei «lo tradiva con un operaio di Umbertide» e che « si spogliava in chat».

La punizione  Nella sua casa di Città di Castello, su un quaderno a quadretti ha scritto: «Io l’ho ammazzata  perché è una che mi ha tradito. Dopo quattordici anni di sacrifici mi ha mollato per andare a fare la putana, non ho nessun rancore, ho fatto la cosa giusta» . E la cosa giusta per quell’uomo annebbiato dalla rabbia e dalla gelosia era privarla del bene più grande.  «Una donna può trovare cento mariti  ma i suoi figli no» ha detto l’assassino al giudice. E la follia omicida a un tratto assume una tremenda logica.

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