di Francesca Marruco
Nessuna delle eccezioni sollevate dalle difese dei 43 imputati a giudizio per l’inchiesta nota con il nome di Appaltopoli, è stata accolta dai giudici Cenci, Paini e Volpe. Non passa la linea dei difensori che volevano far giudicare nullo il capo d’imputazione, che contestavano l’indeterminatezza delle accuse che il pubblico ministero Manuela Comodi aveva mosso agli indagati. I tre giudici che dovranno affrontare questo processo quanto mai complicato, hanno deliberato rigettando tutto. Anche quelle eccezioni che volevano estromettere Anas e Provincia di Perugia dalle parti civili.
L’opposizione del pm Comodi Ad opporsi alle eccezioni delle difese, il pubblico ministero Manuela Comodi che aveva chiuso questa indagine insieme alla squadra mobile di Perugia nel luglio 2008, dicendo che le contestazioni della difesa non stanno in piedi. Perché, questo di fondo il ragionamento fatto dal magistrato, se ad esempio avessi sequestrato le somme di denaro sarebbe venuta a galla l’intera indagine e non si sarebbe arrivati invece a ricostruire quanto accadeva a Perugia per l’aggiudicazione degli appalti della Provincia.
Finalmente reale via al processo Ed è iniziato così, finalmente, dopo tante udienze in cui di fatto non era stato fatto nulla, il processo a quella che accusa e gup hanno la «comitato d’affari» che gestiva l’assegnazione, previo pagamento di mazzetta, degli appalti della Provincia di Perugia. Gli imputati, a vario titolo devono rispondere di associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e truffa. In particolare, secondo le risultanze accusatorie, il «cmitato d’affari» era composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Maria Antonietta Barbieri.
Le parole del pmIl pm descriveva così la loro attività: «il Lupini gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara(…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti».
Le motivazioni del rinvio a giudizio Il gup Massimo Ricciarelli che aveva deciso il rinvio a giudizio, aveva parlato di «mafia» e «capomafia» e di «esistenza di un gruppo di vertice, cui era attribuibile una complessiva strategia di aggiudicazione degli appalti». Per il giudice, «il vertice aveva bisogno della stabile e costante disponibilità dei funzionari competenti che peraltro è risultata avere un prezzo: così il vertice provvedeva ad assicurare ai funzionari un compenso di volta in volta riveniente dagli aggiudicatari(…) Vertice gestionale e funzionari chiamati a provvedere costituivano nel complesso un sodalizio volto alla sistematica turbativa d’asta, contrassegnata da compensi in denaro»
La storia Appaltopoli deflagra nel giugno del 2008: sono in 54, tra cui 5 aziende, ad essere coinvolti in quella che da subito sembra l’inchiesta più destabilizzante mai condotta tra gli uffici pubblici perugini. Tutto ha inizio con una lettera anonima dattiloscritta firmata da tale Vecchi Cosimo spedita alla Procura della Repubblica: l’uomo traccia dettagliatamente i contorni di un’abituale metodo di spartizione dei lavori pubblici che prevede il pagamento di tangenti a dirigenti compiacenti. Da quella segnalazione anonima il pm Manuela Comodi insieme allo Sco di Marco Chiacchiera sviluppa un’inchiesta in cui intercettazioni e riscontri vari, delineano uno scenario dove i reati si intrecciano e si sovrappongono tra loro.

