di Iv. Por.
«Un giorno, Leny mi baciò. Strinsi i denti in un mezzo sorriso, in bilico tra l’imbarazzo e la rabbia». Amanda Knox, la giovane americana prima condannata e poi assolta per l’omicidio della coinquilina Meredith Kercher, nel 2007 a Perugia, racconta così la sua esperienza di approccio all’amore omosessuale avuta nel carcere perugino di Capanne. Dietro le sbarre, Amanda ha trascorso quattro anni, dal 2007 al 2011, e più volte ne ha parlato nel suo libro o in interviste, rivelando tra le altre cose le presunte molestie sessuali subite da una guardia carceraria. Ma mai aveva parlato di avances di sue compagne di cella. Lo fa in un un racconto pubblicato per San Valentino sul sito Broadly.com, un sito del gruppo Vice che parla delle donne e le loro molteplici esperienze.
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Amanda e Leny Il nome Leny è di fantasia. Si tratta di una piccola spacciatrice che deve passare poco tempo in prigione. «Appena è arrivata al carcere di Capanne l’ho subito notata – scrive Amanda -. Io ero in carcere da tre anni. Se ne stava sola e imbronciata, camminava avanti e indietro in cortile da sola, a capo chino e spalle curve. Non era insolito per un trasferimento. Ogni carcere ha il suo delicato ecosistema, venire sradicati e ricollocati è un’esperienza spaventosa. Lei era minuta, bassa, con un ventre pronunciato, capelli scuri. Ho capito che non era una minaccia per me».
La vita in carcere e i gruppi etnici Amanda parla del suo starsene sulle sue. «A Capanne, la maggior parte dei detenuti appartenevano a gruppi sociali definiti, in gran parte ricalcando le radici etniche, soprattutto italiane, nigeriane, e Roma (Amanda scrive letteralmente “Roma” probabilmente intendendo rom, ndr). Come americana ero fuori, ma ho galleggiato in mezzo a loro e osservato come erano strutturati i gruppi. Erano gerarchici, come famiglie allargate. Le nigeriane chiamavano l’un l’altra “mamma” o “figlia”, mentre i Roma si chiamavano “cugina”. E all’interno di queste famiglie, era comune per due detenute formare una partnership intima».
Come nascono gli amori «I detenuti – racconta la Knox – stanno ammucchiati gli uni sugli altri». E qui è comune che nascano relazioni intime. «Si passavano lettere d’amore attraverso le sbarre, si scambiavano regali. Ho visto rotture in lacrime e, talvolta, scazzottate tra i nuovi partner e i loro ex, coppie che agivano come gli adolescenti e altre come se fossero state sposate per 20 anni. Molte si identificavano colloquialmente eterosessuali, mentre erano “gay per il soggiorno”».
L’approccio e l’amicizia L’approccio di Leny avviene in cortile. «Mi guardava correre, poi ha trovato il coraggio di dirmi ciao. Io ero cauta. Abbiamo camminato lungo il perimetro insieme. Mi ha detto che era lesbica e le ho detto che ero etero. Leny mi ha parlato di come, in Italia, aveva sperimentato un sacco di pregiudizi e di chiusure mentali. Abbiamo simpatizzato. Quando avevo 14 anni, girava voce nel mio liceo cattolico che ero lesbica, più tardi sono diventata sostenitrice dei gruppi Lgbti e ho contribuito a fondare l’Alleanza per i diritti gay al mio liceo. Quando gliel’ho detto ha fatto un sorriso da orecchio a orecchio».
Amanda la “famosa” si isola Le due diventano amiche. «Beh, quasi-amiche – specifica Amanda -. Non ho avuto davvero amici in carcere. Ero individuata come “quella famosa” sia dalle detenute che dalle guardie, ho trascorso i miei primi otto mesi in isolamento, e poi venivo visitata da politici. I miei compagni di prigionia risentivano di tutta l’attenzione che ho ricevuto. Ero nelle notizie quasi ogni giorno, ricevevo tante lettere, la mia famiglia mi visitava spesso. La maggior parte delle mie compagne di carcere erano più grandi, più dure, più cattive, più disperate, e aveva meno da perdere di me, quindi non ho mai abbassato la guardia. Ma ero testarda. Ero innocente e per un lungo periodo di tempo mi sono rifiutata di integrarmi in un mondo che non mi apparteneva. Ho guadagnato la mia pace aiutando le detenute a scrivere le loro lettere e tradurle per chi non parlava italiano, ma sono sempre stata tranquilla e riservata».
L’approccio e il bacio Leny fa breccia in questo muro «tra difesa e solitudine». «Le lasciavo ascoltare i miei cd, le ho insegnato a giocare a scacchi. Quando Leny ha ottenuto un lavoro di pulizie, ogni volta che era in pausa indugiava fuori dalla mia cella per un sorso di caffè e una chiacchierata». Poi, un giorno, l’approccio. «Leny ha voluto prendermi le mani. “Ho cambiato le donne in passato – mi ha detto -. Posso farti cose che nessun uomo può farti”. Mi sono sentita come un oggetto e iniziava a darmi fastidio. “Non è possibile cambiarmi”, le rispondevo. Ma lei ha interpretato il mio rifiuto come se stessi giocando. Un giorno, Leny mi baciò. Strinsi i denti e feci un mezzo sorriso, in bilico tra l’imbarazzo e la rabbia. Era già abbastanza brutto che il carcere avesse rinchiuso il mio corpo ed era già stata molestata sessualmente da guardie maschili. Le ho detto che, dal momento che non poteva rispettare i miei limiti, non potevamo più essere amiche. La situazione è diventata tesa. Mi sentii sollevata quando è stata finalmente rilasciata, anche se ha continuato a scrivermi. Mi ha mandato cd di jazz con scritto sulla copertina “Ti amerò sempre, Leny”. Non le ho mai risposto».
Gay for the stay Secondo Amanda, in carcere molti eterosessuali diventano «gay for the stay» cioè gay durante il soggiorno. Anche se lei stessa bolla questa definizione come «una semplificazione eccessiva e insensibile». «I rapporti che i detenuti stabiliscono tra di loro – sottolinea – vengono trattati come nient’altro che bugie viziose di cui vergognarsi quando si torna nel mondo reale. Ma non lo sono. “Gay per il soggiorno” è una semplificazione eccessivamente insensibile che segnala una mancanza di comprensione su ciò che è davvero essere imprigionato, e una sottovalutazione della natura umana».
