di Maurizio Troccoli
La scelta delle principali università, compresa quella di Perugia, di allargare sempre di più la no tax area, appare come un azzardo. Non soltanto perché non si rifletta automaticamente in un aumento proporzionale degli iscritti, quanto piuttosto perché dipende strettamente dal finanziamento pubblico. Che fin quando sarà garantito può contribuire a reggere l’equilibrio, ma in caso dovesse ridursi, può mettere in discussione l’intero sistema universitario. Lo spiega bene oggi, un’analisi del Sole 24 Ore, parlando di rincorsa allo sconto, come faro che guida le scelte dell’autonomia universitaria. Ma come questa scelta trova significato rispetto al fatto che le università telematiche, private e costose crescono a cifre incredibilmente superiori alle università pubbliche?
Senza infingimenti è ovvio che l’attrattività della telematica è legata alla percezione di un percorso universitario più rapido, ‘resiliente’ (nel senso di adattabile alle esigenze anche di lavoratori, meno impegnativo ed esigente, per cui l’aspetto economico finisce per essere oltre che secondario, accettato e contemplato. Come anche quello della validità e della spendibilità del titolo, oltre che della sua reputazione, in ambiente professionale. E’ alla luce di queste dinamiche che forse l’università pubblica deve decidere cosa vuole essere, se ovvero l’accademia del sapere o la risposta alle professioni. Fin quando il nodo non si scioglie, non resta che assistere alla partitella tra chi gioca la prossima mossa scaltra. E le cose stanno pressapoco così.
All’Università degli Studi di Perugia la soglia ufficiale della no tax area resta ferma a 22 mila euro di Isee universitario, cioè il limite nazionale fissato dalla legge. Ma nella pratica l’ateneo umbro, insieme alla Regione e all’Adisu, ha costruito un sistema che amplia l’esenzione effettiva fino a 30 mila euro, collocandosi pienamente nella tendenza nazionale descritta dall’analisi del Sole 24 Ore sulla corsa degli atenei pubblici all’allargamento delle agevolazioni.
I dati ufficiali più aggiornati dell’ateneo, pubblicati per l’anno accademico 2025-2026, confermano infatti che gli studenti con Isee fino a 22 mila euro sono totalmente esentati dalla contribuzione universitaria, pagando soltanto la tassa regionale per il diritto allo studio. Ma soprattutto viene confermato l’accordo tra Università di Perugia e Regione Umbria che consente agli studenti con Isee fino a 30 mila euro di recuperare le somme versate attraverso i bandi Adisu. In sostanza, per una larga fascia di iscritti l’università può risultare quasi completamente gratuita anche oltre il limite nazionale della no tax area.
È un modello diverso da quello adottato da atenei come Pavia o Bicocca, che hanno formalmente elevato la soglia di esenzione, ma l’effetto economico per gli studenti in Umbria è molto simile. E il dato assume un peso particolare in una regione dove il reddito medio delle famiglie resta inferiore rispetto a molte aree del Nord Italia e dove il tema dell’attrattività universitaria è strategico anche per contrastare il calo demografico.
L’Università di Perugia conta oggi circa 29 mila iscritti complessivi tra corsi di laurea, lauree magistrali e dottorati, con una presenza crescente di studenti fuori regione e internazionali. Negli ultimi anni l’ateneo ha investito molto proprio sulle politiche di accesso, sugli alloggi universitari e sulle agevolazioni economiche, nel tentativo di mantenere competitiva un’università pubblica tradizionale in un contesto profondamente cambiato dalla crescita delle telematiche e dalla concorrenza di grandi poli universitari del Centro-Nord.
Ed è qui che il caso umbro entra pienamente nella riflessione sollevata dal Sole 24 Ore. I dati nazionali mostrano che, nonostante l’espansione delle esenzioni, gli atenei statali non stanno registrando un aumento proporzionale degli iscritti. Tra il 2019 e il 2024 gli studenti delle università pubbliche sono cresciuti appena del 5%, mentre le telematiche hanno superato il 120% di incremento. Nello stesso periodo le entrate da contribuzione studentesca delle statali sono cresciute soltanto del 2,2%, molto meno rispetto all’aumento del Fondo di finanziamento ordinario statale.
Anche Perugia si muove dentro questo equilibrio delicato. Da una parte la strategia della contribuzione ridotta serve a rendere l’ateneo più accessibile e competitivo, soprattutto per studenti provenienti da famiglie a reddito medio-basso. Dall’altra aumenta inevitabilmente la dipendenza dai trasferimenti pubblici regionali e ministeriali.
La Regione Umbria ha già dichiarato di voler rendere “strutturale” la no tax area estesa fino a 30 mila euro. Una scelta politicamente forte che punta a difendere il diritto allo studio e a sostenere l’università pubblica come presidio territoriale. Ma che comporta anche un costo crescente per i bilanci pubblici regionali e nazionali.
Nel caso umbro la questione si intreccia inoltre con la crisi demografica. L’Umbria perde residenti da anni e registra un continuo calo dei giovani in età universitaria. In questo scenario l’ateneo perugino rappresenta uno dei principali poli economici e culturali regionali, con effetti diretti su affitti, commercio, servizi e occupazione. Mantenere alta la platea studentesca è quindi considerato strategico non soltanto per l’università ma per l’intero sistema economico cittadino.
Resta però aperta la domanda posta dall’analisi del Sole 24 Ore: le tasse più basse bastano davvero ad attrarre studenti? Oppure contano soprattutto la qualità della didattica, i servizi, i collegamenti, gli sbocchi occupazionali e la reputazione dell’ateneo?
Perugia sembra puntare su entrambe le leve. Ma i numeri nazionali mostrano che la sola riduzione della contribuzione non garantisce automaticamente crescita delle immatricolazioni. E se nei prossimi anni il Fondo di finanziamento ordinario dovesse rallentare, anche gli atenei che oggi ampliano le esenzioni potrebbero trovarsi con margini economici più stretti, dovendo scegliere tra sostenibilità finanziaria e mantenimento delle agevolazioni.
