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L’Università per Stranieri di Perugia ha attribuito 100 borse di studio per corsi di lingua italiana a giovani afghani, per cercare di combattere la crisi umanitaria attraverso l’integrazione e l’inclusione. Sono attese, inoltre, tre studentesse afghane che proseguiranno presso l’ateneo il loro percorso universitario che era stato interrotto a causa dei fatti di questa estate. L’obiettivo dell’Università è in primo luogo l’integrazione, attraverso questo corso gratuito per l’apprendimento della lingua italiana gli studenti, per la maggior parte under 30, potranno inserirsi più facilmente nella società italiana.

Il progetto, presentato venerdì nella sede del rettorato, è stato portato avanti insieme alla prefettura di Perugia e alla onlus Emergenza sorrisi. Gli studenti sono perlopiù profughi afghani che già si trovano in Italia, dei 100 borsisti, 15 provengono dall’Umbria, e sono per la maggior parte giovani donne sotto i 30 anni che già avevano una carriera in Afghanistan. Tra gli studenti di italiano ci sono professori universitari, insegnanti, ostetriche, ingegneri, che grazie al progetto dell’Università per Stranieri potranno riprendere a praticare le loro professioni anche in Italia. Uno degli obiettivi portato avanti, infatti, è far sì che i titoli di studio di cui i borsisti sono in possesso siano riconosciuti in Italia. Grazie ai riconoscimenti e allo studio della lingua italiana questi studenti potranno integrarsi nel mondo del lavoro.

Il programma dell’Università prevede inoltre l’accoglienza, per ora, di tre studentesse afghane che, in seguito all’ingresso dei talebani a Kabul, sono state costrette a interrompere gli studi. All’Università per Stranieri queste giovani donne potranno intraprendere un percorso di integrazione e formazione. Queste iniziative vogliono «abbattere i muri e dare contenuti ai valori della sorellanza e della fraternità», spiega Francesca Saladino, della prefettura della Provincia di Perugia. Il partenariato con l’onlus Emergenza sorrisi, che si occupa della formazione di personale sanitario nei Paesi in via di sviluppo, ha permesso la realizzazione di questo primo intervento per poter «creare le condizioni per poi formare una nuova classe dirigente che, un domani, anche prossimo, possa tornare in Afghanistan e rifondare le strutture di sviluppo», dichiara Fabio Massimo Abenavoli, presidente della onlus.

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