di Leonardo Malà
Le ultime vittime campeggiano ancora nella home page di Umbria24, due sorelline nigeriane, violentate e maltrattate per anni, ma la cronaca tracima di abusi su donne e minori, quella umbra in particolare. Tragedie che l’intervento dei servizi sociali non sempre è in grado di evitare (è il caso di Ovidio, il ragazzino di Pietrafitta ucciso a colpi di matterello, o dei fratellini Jihane e Ahmed, sgozzati dal padre). La sensazione è che le reti di protezione si stringano intorno alle vittime ma che nessuno contrasti frontalmente l’autore delle violenze, il quale continua nella sua opera di persecuzione, quasi che la tutela dei servizi sociali acuisca il «profumo della preda». Succede a tantissime donne, non solo ai minori.
Contenitori di violenza Che non sia femminicidio, che ci si fermi alle violenze fisiche, verbali o psicologiche, ugualmente terribili, le mura domestiche sono sempre più spesso contenitori di violenza, a prescindere dal ceto sociale o dal degrado culturale in cui questi episodi si consumano (sovente una condizione agiata aiuta a mascherare la verità). Cosa si può fare? Preso atto che il problema ha assunto dimensioni vastissime e che questa semina violenta produrrà frutti velenosi in futuro, sarebbe interessante poter ricorrere a strumenti che di solito vengono utilizzati per reati di mafia o narcotraffico, ovvero le intercettazioni ambientali, microcamere, microfoni. Una misura che i servizi sociali potrebbero invocare attraverso un codice rosso (sulla scorta di evidenti prove d’abuso), lasciando al giudice la discrezionalità se intervenire subito a tutela della donna o se autorizzare i controlli.
Il colore delle pareti Cosa accadrebbe se, prove alla mano, un’autorità superiore entrasse in un’abitazione mostrando le prove inconfutabili del reato davanti alla vittima e al suo carnefice? L’ho chiesto ad alcuni psichiatri, affatto scandalizzati dall’idea. La contestazione di una violenza nel luogo in cui è stata consumata potrebbe cambiare «il colore alle pareti» di quelle stanze, potrebbe far cambiare l’atteggiamento della vittima, prima ancora che dell’aggressore, il quale spesso non chiede altro che di essere bloccato da un’autorità più forte di lui.
Immensi problemi Naturalmente una simile misura si scontra con gli immensi problemi che le forze dell’ordine hanno già oggi nel fronteggiare la criminalità ordinaria (ma il pestaggio delle donne è ormai un crimine ordinario), richiede risorse ed energie particolari, né si può chiedere alle vittime di sistemare autonomamente microcamere e microfoni perché una donna che fa questo è già salva. Quello che conta, per una donna e una madre, è sapere che la casa non è un sepolcro inviolabile dove nessuno può ascoltare le tue grida ma che anche al suo interno può arrivare la giustizia e la tutela della persona. Qualcosa di più di un ramoscello di mimosa.
