di Chiara Fabrizi
«Queste sentenze delegittimano la riforma che nel 2016 ha introdotto l’omicidio stradale e rappresentano una falla nel sistema che il legislatore deve sanare». Lo dice l’avvocato Gianmarco Cesari, che da 20 anni rappresenta i familiari delle vittime della strada attraverso l’omonima associazione, a poche ore dalla pronuncia del tribunale di Spoleto, che ha accolto il patteggiamento a quattro anni a carico del ventisettenne che, il 14 marzo 2019, si è messo al volante ubriaco e ha provocato la morte di Nikola Duka, 21 anni.
Ubriaco patteggia 4 anni per la morte di Duka «Noi chiediamo un intervento normativo che elimini la possibilità dei riti alternativi (patteggiamenti e abbreviati, ndr) e dei conseguenti sconti di pena, che sono privi di qualsiasi valenza logica, almeno nei casi in cui l’autore dell’omicidio stradale sia risultato ubriaco o sotto l’effetto di droga», spiega Cesari, che ha lavorato otto anni alla riforma, bussando alla porta di un centinaio di parlamentari. «Quando siamo riusciti a introdurre nel codice penale il reato specifico, con una pena da otto a dodici anni per chi provoca la morte di qualcuno mettendosi alla guida dopo aver bevuto alcol o consumato sostanze stupefacenti, ritenevamo di aver definito un adeguato deterrente, dando anche risposta coerente al principio della giustizia riparativa, che punta a riconciliare il reo coi familiari della vittima che lui stesso ha generato» sostiene l’avvocato, che sulle spalle ha 300 processi per omicidi stradali.
«Basta sconti di pena. Sanare subito la falla» Tuttavia, il ricorso ai riti alternativi, che è previsto dalla legge e porta con sé uno sconto di un terzo della pena, hanno a suo dire «delegittimano la riforma», provocando quella che Cesari definisce «una seconda vittimizzazione per le famiglie, che fanno i conti, oltreché con il dolore eterno di una perdita, anche con la sofferenza che causa una pena sentita come ingiusta». L’avvocato, poi, sostiene che dietro all’ammissione di giudizi abbreviati e patteggiamenti, anche per gli omicidi stradali aggravati dall’uso di alcol o droghe, ci sia «una verità nascosta, ma molto semplice, ossia che il legislatore non intende mandare in carcere il responsabile del reato, perché questo genere di delitto sembra quasi che debba essere tollerato dalla società, malgrado ci sia un aumento della mortalità sulle strade».
La tolleranza sociale Per rafforzare questa sua interpretazione Cesari racconta anche che il percorso di introduzione dell’omicidio stradale è stato lungo: «Tra il 2008 e il 2016 ho fatto la spola tra più di cento parlamentari di ogni colore politico e dai colloqui spesso emergeva una capacità di immedesimazione decisamente più forte con l’omicida che con la vittima, perché chiunque può aver violato il Codice della strada, passando con il rosso o non frenando in prossimità delle strisce pedonali». Ma tra la distrazione al volante e la scelta di guidare ubriachi o sotto l’effetto di droga c’è una differenza, che è comunque netta già da ora anche nel codice penale, «ma che non basta più e su cui ormai è evidente la necessità di un altro intervento normativo, che precluda il ricorso alternativi in questi specifici casi».
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