Mario Borghezio

di Marco Torricelli

Se la data prevista è – ma forse non lo è – tassativamente fissata, mancano otto giorni. Poi la trattativa sul piano industriale per l’Ast di Terni dovrà essere archiviata sotto la voce ‘fallimenti’ e la faccenda si metterà male.

Tappe intermedie Martedì prossimo, quando di giorni ne mancheranno quattro – sembra strano, ma si arriva sempre in extremis – si ritroveranno tutti lì, al ministero dello sviluppo economico e ricomincerà il balletto degli incontri separati per poi arrivare a quello comune e, magari, trovare una quadratura del cerchio che, al momento, appare difficile.

Il ministro Che dall’incontro di giovedì al Mise, con il ministro Federica Guidi a Bruxelles, difficilmente si sarebbe usciti con un risultato si era intuito martedì 23, quando l’ufficio stampa dello stesso ministero aveva diffuso un comunicato nel quale si specificava che «il tavolo è stato riconvocato per martedì 30 settembre con l’obiettivo di proseguire il confronto su tutti i temi del piano industriale». Dell’incontro in programma per il 25 non si faceva cenno – quello era uno step tecnico – e se accordo ci deve essere, ovviamente deve essere il ministro a sancirlo.

Trattativa parallela Tanto che i giorni che mancano alla nuova riunione saranno utilizzati, da governo e azienda, per limare gli spigoli che ancora sono presenti. Tra di loro. Per poi presentarsi al confronto con le segreterie nazionali dei sindacati di categoria con un’ipotesi di intesa già bella e delineata. Poi toccherà alle istituzioni ed ai sindacati locali. I cui margini di manovra saranno oggettivamente ristretti.

Il contratto ‘integrativo’ Una delle voci sulle quali potranno certamente intervenire sarà quella relativa al contratto integrativo aziendale, che Lucia Morselli ha messo nel mirino senza farne mistero: i lavoratori ternani, dice il ‘piano’, dovrebbero rinunciare, per cominciare, a circa 12 milioni complessivi – tra maggiorazioni (quando sono in fabbrica di notte o nei giorni festivi), premi per risultati (in base alle previsioni di produzione), posizioni organizzative e altro ancora – che secondo l’azienda devono sacrificare per la causa comune.

La ‘bolletta’ Fuori controllo, invece, almeno per i sindacalisti locali, è la partita relativa all’eventuale ‘sconto in bolletta’ di cui l’azienda potrebbe usufruire in base ad un intervento governativo che riducesse il costo della fornitura elettrica – e non solo – di cui le acciaierie hanno bisogno per far marciare gli impianti. La partita è un derby tra le due signore della trattativa: Guidi-Morselli, per ora, sono sullo zero a zero. E fanno melina.

Gli approvvigionamenti Il tema è un altro di quelli sui quali le interpretazioni sono decisamente contrastanti: un intervento serio, secondo i sindacati – che peraltro hanno specificato che basterebbe ottimizzare gli acquisti di materia prima solo per un 3% per ottenere un risparmio di 50 milioni all’anno – può e deve essere tra le prime cose da fare. Ma Lucia Morselli, sull’argomento, non pare intenzionata a discutere.

Gli appalti Altro argomento tutto da chiarire è quello relativo alle così dette ‘ditte terze’: quelle che svolgono lavori all’interno della fabbrica e quelle che ad essa offrono servizi vari. La mannaia è già calata sulle piccole e le piccolissime – a cui i lavori sono stati, semplicemente, tolti – o sulle grandi, visto che i contratti superiori ai 200 mila euro sono stati bloccati. Forse per essere ricontrattati o, magari, perché sono già pronte delle alternative.

Il forno da spegnere E poi c’è ‘il’ tema: quel forno di fusione che nel piano originario era destinato ad essere spento e che, tanto per metterla semplice, rappresenterebbe l’inizio della fine per le acciaierie in quanto tali. I sindacati hanno sempre insistito su un punto: con un solo forno acceso – oggi sono due – lo stabilimento ternano non sta, semplicemente, in piedi e spegnerne uno significa condannarlo a diventare, nel giro di pochi anni, un’altra cosa. Perché spegnere il secondo, smettendo di produrre acciaio, sarebbe conseguenziale e a viale Brin non ci sarebbe più un’acciaieria, ma una grande officina di rilavorazione di acciaio fatto da altri. Magari da chi comprerà l’Ast da ThyssenKrupp.

Borghezio Della possibile visita a Terni del presidente del consiglio, Matteo Renzi, si continua a favoleggiare, ma intanto, il 2 ottobre, due giorni prima del termine entro il quale dovrebbe – sì, dovrebbe – essere ratificato un accordo sul piano industriale per Ast, in città calerà anche l’europarlamentare della Lega Nord, Mario Borghezio, che sarà protagonista di un’iniziativa di CasaPound. Il tema è chiaro: ‘L’acciaio deve essere fabbricato in Italia da imprese italiane’.

CasaPound Alla conferenza, dice Piergiorgio Bonomi, di CasaPound, «sono state invitate tutte le organizzazioni sindacali (Borghezio avrebbe intenzione di accompagnare una delegazione di lavoratori ternani a Bruxelles; ndr) e abbiamo già ricevuto l’adesione dell’Ugl e della Cisl, ma contiamo di poter dar vita ad un confronto a tutto campo».

La Cgil Secca la replica della Cgil: «Con stupore apprendiamo di essere stati invitati all’iniziativa. La Cgil di Terni smentisce categoricamente di essere stata mai contattata ed invitata da Casapound né per la sopracitata iniziativa né per altro. Ad ogni modo non avremmo mai dato seguito all’invito, visto i partecipanti e la collocazione politica dell’iniziativa. Siamo impegnati a difendere il tessuto sociale ed economico del nostro territorio attraverso le tante vertenze che lo caratterizzano a partire dalla Thyssenkrupp, ma non ci faremo mai strumentalizzare da formazioni esterne ai luoghi di lavoro, tanto più se di natura neo-fascista. La Cgil di Terni invita gli organizzatori dell’evento a correggere quanto scritto nelle loro stampe e annuncia una diffida formale affinché cessi un utilizzo improprio del nome della Cgil».

Confindustria Gli industriali ternani, intanto, dicono la loro: «L’area ternana, nello specifico i comuni di Terni e Narni, ha, storicamente, camminato con una gamba sola: la grande impresa, prima pubblica poi privata e multinazionale, ed il suo indotto. Ma procedere a ‘zoppa gallina’ oggi non è più possibile. Occorre dotare il territorio di una seconda gamba per rilanciare la crescita: quella della nuova manifattura tecnologica». Lo ha sottolineato Stefano Neri, presidente della sezione territoriale di Terni di Confindustria Umbria, nell’intervento conclusivo del workshop ‘Ingredienti per il futuro, la voce degli imprenditori’».

L’erosione Dal 1981 al 2011, è stato sottolineato, «gli addetti all’industria manifatturiera a Terni sono passati da 15 mila a meno di 7 mila. Un andamento di decrescita più marcata rispetto al dato nazionale e che stride con l’aumento, nello stesso periodo (+36%) della manifattura nel mondo.
Quello di cui il nostro tessuto economico ha bisogno per potersi reggere in modo equilibrato – ha aggiunto Neri – è quello che mi piace definire il neo-manifatturiero. Il peso delle multinazionali nell’economia locale, per quanto grande, è storicamente in calo e non sono immaginabili inversioni di tendenza nel breve periodo. Esperienze internazionali maturate in situazioni simili dimostrano che è ragionevole pensare anche ad un altro binario».

Area di crisi L’iniziativa di rilancio industriale, secondo Neri, «per avere successo deve poggiare su una visione del modello di sviluppo economico e sociale condivisa a livello istituzionale. Tale visione comune è indispensabile per svincolare i progetti industriali dalle politiche di breve periodo e proiettarli sull’orizzonte di medio-lungo termine necessario ai cambiamenti strutturali. Il confronto, avviato dalla richiesta di riconoscimento dello stato di area di crisi complessa, può costituire l’occasione per definire una visione comune e per generare l’effetto positivo di ripensare in profondità Terni ed il suo sviluppo».

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