Polemiche sul tempo di vestizione (foto Fabrizio Troccoli)

di Ivano Porfiri

E’ polemica aperta a Terni sulla vicenda del pagamento del tempo necessario ad indossare il camice da parte dell’azienda ospedaliera. Nei giorni scorsi l’azienda ospedaliera ha infatti smentito di essersi adeguata attraverso un regolamento alla sentenza del giudice del lavoro di Orvieto che, il 2 settembre scorso, ha dato ragione a 5 infermieri che chiedevano il riconoscimento del tempo necessario alla vestizione e al passaggio del turno. Dopo la decisione del tribunale di orvieto la Uil-Flp ha raccolto circa 2.500 ricorsi in tutta l’Umbria e ora chiede che tutte le aziende sanitarie si adeguino alla sentenza che si tradurrebbe in 650 euro annui in più per ciascun dipendente. Conto che al sistema regionale, è stato calcolato, costerebbe 28 milioni.

Fraintendimento? Il regolamento di fatto estendeva di 10 minuti ad inizio turno e di 10 minuti alla fine l’orario di lavoro, ma l’azienda ha deciso di sospendere tale decisione. «L’aver ritenuto il regolamento – precisa in una nota il direttore generale Gianni Giovannini – quale applicazione dei contenuti di una sentenza del tribunale di Orvieto in tema di diritto al riconoscimento economico per la vestizione del personale dipendente appare assolutamente non veritiera». «Il regolamento – precisa Giovannini – prevede all’articolo 3, con esclusivo riferimento al personale turnante nelle 24 ore, una flessibilità ad inizio e fine turno per assicurare la ‘continuità assistenziale’ e quindi per garantire una più adeguata e qualificata tutela del paziente. Di tale flessibilità oraria non può derivare, come espressamente previsto dal citato regolamento, alcuna prestazione eccedente l’orario mensile dovuto né tantomeno il relativo riconoscimento economico».

Sospeso l’articolo 3 Quindi, per Giovannini «è destituita di fondamento ogni ipotesi di riconoscimento e monetizzazione dell’orario relativo a ‘vestizione o cambio camice’, come impropriamente attribuita a questa Azienda». Perciò «al fine di evitare ulteriori interpretazioni strumentali di tale norma regolamentare questa Direzione ravvisa l’opportunità di non dare esecuzione al citato articolo 3 nelle more di un complessivo riesame della fattispecie di cui trattasi».

Dietrofront Presa di posizione che il segretario regionale e quello della provincia di Terni della Uil-Fpl Marco Cotone e Gino Venturi bollano come un “brusco e inaspettato dietrofront, condizionato dalle ingerenze e dalle pressioni della politica: è chiaro che si teme che l’accordo raggiunto all’ospedale di Terni venga applicato a tutte le Aziende umbre». Cotone e Venturi chiedono «passate le elezioni per il rinnovo delle Rsu» che «si apra un tavolo di confronto a livello regionale per raggiungere un accordo e superare il muro contro muro».

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One reply on “Terni, tempo per indossare il camice: è scontro tra azienda ospedaliera e sindacati”

  1. Sarebbe una bella idea far rientrare nell’orario di lavoro anche il tempo impiegato per raggiungere il posto di lavoro o il tempo che uno riflette sulle problematiche lavorative da casa!!!
    No??

    Poi se l’azienda, pubblica o privata, si indebita e chiude i battenti (per lo meno quella privata) nessuno si lamenti!

    Sono un lavoratore del commercio che, prima di timbrare il cartellino, deve mettere scarpe antinfortunistica, divisa, camice ed altro… e non mi sono mai sognato di considerarla un’ingiustizia, in quanto è parte del regolamento accettato e praticato da tutti.

    Se la produttività, tanto nel settore privato quanto nel settore pubblico scende perché si va al lavoro rilassati, sbracati, l’azienda perde soldi e… taglia posti o chiude!

    Se imparassimo ad essere più onesti, più solidali tra colleghi e lavoratori sapremmo anche mantenere più posti di lavoro.

    Se qualcuno pensa al discorso di un lacché si sbaglia di grosso! E’ proprio il contrario!

    Se questo regolamento è nato nell’azienda è probabile che sia scaturito in risposta al malcostume di alcuni che prima di attaccare a lavorare, una volta cambiato il camice, prendevano il caffé, fumavano la sigaretta, si facevano i c….i loro senza pensare alle conseguenze.

    Se perdo il posto per colpa di disonesti, sfaticati, mi sento legittimamente… arrabbiato (diciamo).

    Non mi aspetto gratitudine dall’azienda, né me ne frega nulla… faccio solo quello che reputo mio dovere come corrispettivo del mio diritto allo stipendio, alla malattia ed alle ferie.

    Inoltre, e concludendo, o il discorso vale per tutti oppure non vale per nessuno!

    Se vale per dipendenti statali o assimilabili, deve valere anche per tutti gli altri!

    Senza figli o figliastri!

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