Gianni Manzini e Dino D'Ascenzo

di Noemi Matteucci

Poco spazio a disposizione per l’estrazione, mancanza di appigli, fragilità estrema della teca, oltre al rischio di deterioramento per il cambiamento di atmosfera e temperatura: queste, in sintesi, le criticità principali che devono essere affrontate da chi estrarrà l’urna contenente le spoglie di San Valentino dalla sua sede. A spiegarlo sono Gianni Manzini e Dino D’Ascenzo, i due mastri artigiani – scultore e fabbro – che anni fa realizzarono la mensa (la parte superiore dell’altare) della basilica.

Parola di esperti A spiegare tutte le criticità tecniche di un eventuale trasferimento delle reliquie di San Valentino in Duomo non sono due persone qualsiasi, ma coloro ai quali, nel 2002, l’allora parroco padre Paolo commissionò la realizzazione dell’altare maggiore, precisamente delle gambe ‘dorate’ e del piano in marmo che avvolgono l’urna con le spoglie. «Un’opera che pesa oltre 4 quintali, nata da un lavoro che ha richiesto mesi – spiegano Manzini e D’Ascenzo -, precisione estrema e grande responsabilità, le cui spese, peraltro, sono state coperte solo parzialmente. Prima di decidere per lo spostamento – sottolinea Manzini con delusione – il vescovo avrebbe dovuto chiedere quanto meno una consulenza ai realizzatori dell’opera, per comprenderne le complessità».

Una teca ‘immobile’ «Non è un’impresa da poco, il rischio di rottura e di danneggiamenti è elevato, quando ci commissionarono il lavoro ci fu detto che San Valentino sarebbe dovuto restare lì, al sicuro, a tempo indeterminato», sono le frasi che i due artigiani ripetono più spesso. «Per questo motivo – aggiungono – all’epoca non furono previsti nemmeno meccanismi di estrazione dell’urna, mentre la costruzione della mensa avvenne su misura intorno alla teca che, per evitare movimenti e vibrazioni, fu fatta scivolare leggermente in pendenza verso le scale dell’altare e bloccata con un ‘fine corsa’ di pietra».

Movimentazione a rischio rottura Per le caratteristiche di fragilità dell’urna, molto delicata, rifinita in vetro e lamierino di rame, che Manzini e D’Ascenzo ‘toccarono’ solo per apportare piccolissime modifiche estetiche, ogni movimentazione sarebbe rischiosissima. La prima criticità, secondo gli artigiani, è rappresentata dal fatto che un sollevamento dell’altare sarebbe molto complicato, dato il suo peso, mentre ci sarebbero grossi problemi per la mancanza dello spazio necessario allo spostamento. Inoltre, ammesso che si trovi il modo di estrarre ‘in salita’ la teca, non dotata di appigli per questa movimentazione, ci si troverebbe in presenza di materiali troppo fragili, realizzati in un tempo in cui non erano previsti movimenti. Infine, sempre secondo i due, la variazione climatica di un eventuale trasporto, unita all’impossibilità di utilizzare «un mezzo qualunque» per lo spostamento, metterebbero le spoglie in serio pericolo.

Manzini e D’Ascenzo Manzini, classe 1935, spirito lucido e critico e originario di Papigno, è stato operaio in acciaieria e ha dedicato tutta la sua vita all’arte. Dagli anni ’80 è socio di merito artistico dell’Accademia internazionale di arte moderna di Roma e ha realizzato innumerevoli opere in metallo e pietra a Terni e in tutta Italia. Tra le altre occasioni professionali importanti, ha incontrato per la sua arte Papa Wojtyla e ricevuto dal presidente della Repubblica Scalfaro l’onorificenza di Maestro del lavoro. In regalo da San Valentino, dopo la realizzazione dei lavori, Manzini dice di aver ricevuto la guarigione da una malattia già diagnosticata e miracolosamente scomparsa. D’Ascenzo, di Marmore, artista di strada, maestro d’opera e d’esperienza, esegue lavori artigianali in ferro e ha lavorato per anni al fianco di Manzini. Entrambi esprimono forte contrarietà alla movimentazione del santo, aggiungendosi alla battaglia messa in piedi con 5mila firme dai residenti del quartiere San Valentino e alle dichiarazioni rilasciate di recente dall’associazione ‘Legalità e sicurezza’.