di Marco Torricelli
A leggere lo scambio di corrispondenza, c’è da perdere la testa. E si rischia di fare confusione. Quindi meglio evitare di addentrarsi nella disamina di termini tecnici – che pure sono importanti, visto che si parla di una roba che costa, chiavi in mano, più di un milione e mezzo di euro – e andare sul pratico. Per cercare di capire perché della Pet Tac che la Fondazione Carit di Terni ha deciso di comprare – l’ordine finale risale al 20 dicembre del 2011 – dalla Siemens, per regalarla all’ospedale di Terni, si siano perse le tracce.
La Fondazione A leggere la corrispondenza si comincia a capire, forse, cos’è successo. Perché la Fondazione ordina un’apparecchiatura che costa un milione e 200 mila euro e affida, contestualmente, l’incarico di realizzare tutti i lavori necessari alla sua installazione in ospedale: altri 330 mila euro, che portano il totale dell’impegno di spesa a un milione e 530 mila euro. La Siemens, che vende la Pet Tac, risulta essere capofila di un raggruppamento temporaneo di imprese, sorto da hoc, che vede coinvolte anche la Sparkle di Casarano, per la fornitura di alcuni componenti e la Icoc di Ancora, per le opere edili. Ma i conti non tornano.
La Siemens Perché, se l’importo totale resta lo stesso, nella conferma dell’ordine, datata 15 dicembre 2011, la Siemens scrive altro: al milione e 200 mila euro, indicato come costo della Pet Tac, vengono aggiunti 250 mila euro per la Sparkle – che viene indicata come fornitrice di «400 dosi singole di radiofarmaco e di un set di laser mobili» – e 66 mila euro soltanto alla Icoc, per le «opere edili ed impiantistiche necessarie per la predisposizione dei locali». Opere che, secondo la Fondazione che lo ha scritto nell’ordine, costavano quasi sei volte di più.
Le discrepanze Nell’ordine, infatti, si parla esplicitamente di «330 mila euro, Iva compresa» per eseguire «tutte le opere edili ed impiantistiche come da progetto esecutivo reparto Pet Tac» e si indica il nome del progettista, le tavole e gli allegati vari. L’impressione, scorrendo la corrispondenza, è che tra componentistica che entra ed esce dalla fornitura, radiofarmaci e opere di muratura, si sia fatta – quanto meno – un bel po’ di confusione e che, alla fine, ci si ritrovi con meno soldi a disposizione proprio per queste ultime. Con il risultato che non succede niente.
La polemica Una volta sollevato, il problema aveva provocato uno scambio di battute tra il presidente della Fondazione Carit, Mario Fornaci: «A noi non è mai pervenuta la documentazione relativa all’individuazione dei locali. Non vorrei che l’Azienda ospedaliera avesse pensato di inserire nel capitolato dei lavori da far svolgere alla ditta, altre opere non previste e che, magari, possano aver fatto lievitare i costi» e l’ex direttore generale dell’azienda ospedaliera, Gianni Giovannini: «I locali sono a disposizione, da tempo, ma i rapporti con l’azienda che produce il macchinario e con la ditta che deve svolgere i lavori sono di pertinenza della Fondazione. Il resto è pura fantasia». Poi è calato, di nuovo, il silenzio.
