di Massimo Colonna

Sono arrivate da ogni parte d’Italia: Savona, Taranto, Roma, ma anche Viterbo, Orte, Firenze e Macerata. In tutto un centinaio di coppie, con l’obiettivo di giurarsi amore eterno davanti alle spoglie del santo patrono degli innamorati. E in una cornice particolare, visto che per il vescovo Piemontese si trattava della prima celebrazione del santo patrono di Terni.

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Unire due vite «Festa degli innamorati, festa della promessa – ha spiegato il vescovo nella sua omelia – festa di coloro che stanno per ‘compromettersi’ in un progetto di vita, definitivo, totale, senza riserve, per sempre. Davanti alla tomba di san Valentino, la vostra storia oggi acquista profumo di primavera, chiarezza di motivazioni, orientamento definito, ricchezza di grazia, garanzia di riuscita, promessa di accompagnamento. Siete qui per una promessa di amore. Avete voluto che tra di voi ci fosse Gesù e San Valentino, patrono degli innamorati. Certo, nel vostro cuore, insieme all’entusiasmo e allo slancio amoroso, vi sono titubanze, incertezze, dubbi, paure. In questi momenti di preghiera e di riflessione,  il pensiero va alla storia del vostro amore, al vostro incontro. Scorrono nella mente i fotogrammi del vostro primo incontro, il percorso dei momenti decisivi  che vi hanno fatto pensare che sarebbe felicità mettere insieme le vostre storie e le vostre vite, per sempre,  stipulare un patto che dia definitività al vostro amore e alla gioia di stare insieme».

I VOLTI DI CHI SI PROMETTE IL Sì. FOTOGALLERY

San Valentino «E’ anche San Valentino – ha proseguito Piemontese – speciale patrono dei giovani innamorati, che vi rinnova la sua promessa di assistervi e di accompagnarvi nel vostro discernimento, in quest’ultimo tratto di strada, come ha fatto con i due giovani innamorati, Sabino e Serapia, che incontrò casualmente al di là del suo giardino. La parola di Dio di oggi può essere per voi quel foglio in filigrana, sul quale scrivere i vostri propositi, le vostre riflessioni e le vostre speranze. Il crudo realismo di Giobbe (al centro di una delle letture, ndr) se da una parte ci richiama alla precarietà della condizione umana, dall’altra ci spinge a porre la nostra fiducia e speranza nel Signore Dio della vita, che si prende cura delle stelle, ma anche di ognuno di noi e del vostro amore, come abbiamo cantato nel salmo responsoriale e che gli da continuità nell’eternità».

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La febbre «Oggi avere la febbre  – ha detto il vescovo in merito ad una lettura del miracolo di Gesù che salva una donna affetta proprio da febbre – è una condizione che  non desta grande angoscia. Ma a quei tempi la febbre non solo poteva prefigurare una malattia gravissima, a volte senza rimedio, ma costringeva ad uno stato di immobilità e staticità, che qui assume significati simbolici determinanti. La febbre che tiene immobile la suocera di Pietro rappresenta la realtà dell’uomo, bloccato non solo dalla sofferenza, ma dalla sua pochezza di umanità, dai suoi peccati. La febbre rappresenta la malattia che tiene lontano da Dio. Anche per noi la febbre spirituale che spesso ci blocca rappresenta la lontananza da Dio, lo stato di peccato, l’incapacità di far crescere l’immagine di Dio che è in noi e che nel battesimo è stata nitidamente impressa nel nostro cuore. In questo momento siamo invitati a chiederci: quale è la malattia spirituale che ci blocca nell’immobilità e non ci lascia essere pienamente uomini, che ci impedisce di  esplicitare l’immagine del Padre? La nostra, la febbre che ci immobilizza è il ripiegamento su noi stessi, il disinteressarci degli altri».

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