di Mar.Ros.

Tiene banco la questione del teatro Verdi di Terni (chiuso dal 2009) e chi sogna di tornare a calcare quel palcoscenico vede oggi allontanarsi la possibilità che ciò avvenga. Visto il cambio di passo impresso dal sindaco Stefano Bandecchi, difficile credere che perderà l’occasione di restituirlo alla città, ma intanto si è tornati indietro nel tempo col dibattito teatro moderno o teatro Polettiano. L’ipotesi della ristrutturazione del Teatro Verdi di Terni riproponendo il progetto del 1836di Luigi Poletti, secondo una certa scuola di pensiero, pone una serie di dubbi che nel caso della disciplina architettonica non sono solo di carattere estetico, ma anche di carattere etico. La prima domanda è ‘cosa i cittadini ternani del 2023 trasmetteranno ai posteri?’ Non risulta forse, rifugiarsi nel passato neoclassico, come l’incapacità di produrre un’architettura di questo tempo? 

Addio al Palazzo dei Priori L’architetto che realizzò l’opera, Luigi Poletti, fu un moderno per il periodo, e non ebbe dubbi a demolire quanto rimaneva del vecchio palazzo dei priori di Terni per far posto al nuovo teatro ebbe la sua visione di ‘futuro’ nel pieno centro storico della città preindustriale. Riproporre il progetto del Poletti è ammissibile; si parla però per la precisione di replica, ovvero della ricostruzione com’era e dov’era con le medesime tecniche costruttive dell’epoca.

La ricostruzione fedele Uno dei casi che ha fatto ‘scuola’ nel secondo dopoguerra è la ricostruzione del ponte di Santa Trinita a Firenze, ponte progettato da Bartolomeo Ammannati e Michelangelo Buonarroti fatto saltare dai tedeschi nel 1944. La ricostruzione fedele, nelle tecniche costruttive e nei materiali venne svolta dai tecnici dell’Istituto Geografico Militare di Firenze, che ridiedero vita ad uno dei ponti più belli del Rinascimento italiano. La replica architettonica è stata strumento di rinascita urbana in molte città della ex Germania dell’Est dove sono state ricostruite cattedrali, monumenti storici fondanti di quella comunità, vedi ad esempio la Cattedrale di Dresda. La ‘replica’ si fonda sui principi vitruviani di ‘firmitas, utilitas e venustas’ (la forma segue la funzione).

Il teatro Galli di Rimini

Poletti a Rimini Chi si approccia alla replica deve conoscere tecniche, e modalità costruttive del passato, nulla va la lasciato al caso, l’architetto del nuovo edificio si deve completamente vestire dei panni del suo predecessore. Nel caso del Teatro Galli di Rimini, la replica è stata possibile, sia grazie alla presenza dei disegni del Poletti, sia grazie alla presenza «di documentazione fotografica in gran quantità che documentavano le condizioni del teatro ante distruzione bellica. La situazione del Teatro Galli in partenza non era quella del teatro Verdi, la distruzione non era stata completa e questo ha permesso di mantenere una certa
memoria dell’edificio polettiano. In realtà i risultati di fine cantiere del Teatro Galli sono stati in parte disconosciuti dal suo stesso progettista, Pier Luigi Cervellati, che si è trovato un edificio con un’anima di cemento armato abbellito con gli stucchi ottocenteschi dell’architetto pontificio.

Cervellati parla di «scempio» In un’intervista rilasciata al giornale online Rimini 2.0 l’architetto Cervellati, ora tirato in ballo da Sgarbi per il teatro Verdi di Terni, sul ricostruito teatro di Rimini dichiara: «Io non avrei certamente utilizzato tanto cemento armato, addirittura anche le colonne sono in cemento armato. Ma che ne sarà dell’acustica? Temo che dovranno risolvere questo problema mettendo dei microfoni. Sicuramente non si può dire che i riminesi avranno il teatro di Poletti, ma una scimmiottatura, una occasione sprecata. Il mio dispiacere deriva dal constatare il grande pastrocchio, che si sia rinunciato ad avere un’opera di Poletti a Rimini». Al giornalista che lo imbecca ‘Ci terremo un Poletti riveduto e corretto, una via di mezzo…’, Cervellati risponde: «Non è una via di mezzo ma uno scempio. A Bologna ci sono alcuni edifici bombardati che sono stati ricostruiti tali e quali, altri in modo diverso: quelli ricostruiti tali e quali, se non ci fosse una targa, che non sempre c’è, a ricordare che sono stati ricostruiti com’erano e dov’erano, nessuno se ne accorgerebbe. Nella stessa intervista parla del progetto, poi accantonato, del prof Adolfo Natalini che ideò per il Galli un nuovo teatro integrandolo all’antico (esito di un concorso internazionale del 1985)

I limiti di un progetto del 1836 I rischi della ‘replica’ sono molteplici e soprattutto a questa scala. La necessità di maestranze qualificate per realizzare strutture ‘antiche’ comporta un aumento dei costi e dei tempi spesso insostenibili per le pubbliche amministrazioni. Vi è poi la difficoltà di ‘adeguare’ queste strutture alle normative antincendio e antisismico cosa che comporta in alcuni casi studi specifici sui materiali utilizzati e un conseguente aumento dei costi. Non di secondaria importanza è la questione delle prestazioni acustiche della sala che dovrà essere in linea con gli standards dei più moderni auditorium di musica sinfonica.

Terni Nel caso del teatro Verdi si parte in una condizione assai sfavorevole ovvero la scarsità dei disegni disponibili originali e le pochissime foto disponibili del teatro prima della sua distruzione. Vi è poi un disegno custodito nell’archivio Poletti che mostra un prospetto e quindi probabilmente una disposizione interna non realizzata (tribuna). Nel nuovo progetto rispetteremo questa indicazione, o manterremo quanto effettivamente realizzato nel 1836? Vi è poi il tema della necessità di dare all’edificio ricostruito nuovi spazi: camerini, sala di prove, regia, depositi, spazi per impianti tecnologici ecc., che non erano previsti nel progetto ottocentesco. Queste nuove cubature avranno bisogno di un progetto, moderno? antico? polettiano? Come integrarle con la ‘replica’?

L’autentico e il falso Il filosofo Remo Bodei nel brano ‘L’ossessione di copiare il passato’, elaborato in occasione della ricostruzione del teatro ‘la Fenice’ di Venezia, scrive: C´è un indubbio bisogno di continuità. Ovvero di raccordarsi al passato quale esempio, modello, memoria. Questa attitudine di rispetto per la tradizione nasce relativamente presto. Più tardo è, invece, il rapporto che si intende stabilire fra ciò che è considerato autentico e  l’originale. Fu grazie al dibattito medievale sui testi e sulle reliquie, cioè sul fatto se considerarli autentici o falsi, che il problema dell’originale fu esplicitamente impostato. In una chiave strettamente filosofica, la questione va ricondotta a Platone e Aristotele […].

Il pensiero di Remo Bodei Citando inoltre Heidegger, Sartre, Benjamin, fino ad arrivare all’arte seriale, teorizzata e praticata da Warhol, descrive il caso della Fenice risorto ben due volte dalle fiamme e osserve: «Gli esperti di restauro parlano di architettura stratificata quando gli interventi non sono così radicali come nel caso della Fenice. La mia opinione è che in una ricostruzione l’ideale sarebbe mettere insieme gli elementi di continuità storica con una innovazione che sia evidente e creativa, che porti il segno della discontinuità, del trauma subito. Occorre, entro certi limiti, accettare la storia con i suoi irreparabili eventi: è insensato immaginare di fermare il tempo riportando una cosa che è stata cancellata per incuria o per dolo al suo immutato e antico splendore. Le ferite devono lasciare la loro cicatrice: anche le opere d’arte devono portare i segni della storia, devono inglobare le cesure, le discontinuità, inserirle nella continuità. Perché è nella differenza, nell’elemento
innovativo che sporge rispetto all’originale distrutto che si mantiene la memoria viva di una comunità».

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