di Maurizio Troccoli La memoria va indietro nel tempo, a quando la banda della Magliana, teneva l’Italia con il fiato sospeso. La cronaca invece racconta di un arresto compiuto dai carabinieri di Orvieto, nei confronti di Maurizio Sangermano, considerato uno degli affiliati alla banda, ricercato dallo scorso febbraio. Eco tutti i particolari.
Il personaggio oggi Maurizio Sangermano, romano di 53 anni, ritenuto collegato, negli anni novanta, alla banda della Magliana, è stato arrestato dai carabinieri di Orvieto per una rapina a mano armata compiuta nella capitale dove – secondo l’accusa – aveva sottratto una Bentley gt dopo avere minacciato il proprietario con una pistola. Di lui non si aveva traccia dallo scorso febbraio. A seguito di un controllo compiuto sabato sera, è stato rintracciato nei pressi del casello autostradale orvietano.
I precedenti Sangermano – come raccontano in una conferenza stampa gli investigatori – è risultato già inquisito in passato per associazione a delinquere, ricettazione, truffa, evasione, traffico internazionale di autoveicoli rubati e stupefacenti. I militari l’hanno tratto in arresto, con un mandato di cattura disposta dal tribunale di Roma per la rapina a mano armata compiuta nel luglio 2010.
Era stato assegnato ad una casa di lavoro Nei confronti di Sangermano l’Ufficio di sorveglianza della capitale aveva inoltre emesso un’ordinanza applicativa della misura di sicurezza di assegnazione a una casa di lavoro per due anni. Nel corso del controllo che ha portato all’arresto, i militari hanno sequestrato a Sangermano tre carte di credito, documenti bancari relativi a istituti esteri, quattro sim card non italiane e documenti d’identità ritenuti rubati, oltre a due borse con l’occorrente per i continui spostamenti.
Il punto Erano due dunque le ordinanze a suo carico. I militari stavano svolgendo da giorni una intensa attività investigativa poiché nel territorio era alta la soglia d’attenzione per reati di furti e rapine. All’arrivo di Sangermano i militari hanno svolto una abituale attività di approfondimento delle generalità. Si sono quindi accorti che l’uomo fermato era ricercato a Roma per la rapina di un’auto il cui valore è di 130 mila euro, oltre che destinatario di una misura di sicurezza che lo vedeva affidato per due anni ad una casa di lavoro. Ma è indubbio che l’elemento che ha fatto stringere le misure di sicurezza sul soggetto è stata la notizia che l’uomo fermato è considerato affiliato alla banda della Magliana
La banda esiste ancora Si ritiene che la Banda della Magliana sia, nonostante gli arresti ed i morti, ancora attiva ed alcuni fatti di cronaca sembrano avvalorare tali opinioni .Antonio Mancini, detto Nino l’accattone affermò che: “la Banda della Magliana esiste ancora; ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera; non ha più bisogno di sparare, o almeno, di sparare troppo spesso”. Della stessa opinione è il generale dei carabinieri Tomasone, secondo cui la banda è ancora attiva ma ha cambiato abitudini e modo di agire. Nel settembre del 2010 la Squadra mobile di Roma ha eseguito una vasta operazione, arrestando 11 persone e sottoponendo ad indagini altre 23, per i reati di truffa, usura, estorsione e riciclaggio di denaro. Tra i coinvolti vi sono ex esponenti della banda quali Enrico Nicoletti, un tempo il cassiere della banda. Nell’ottobre scorso la Polizia di Roma e di Casera ha arrestato 7 persone mentre stavano per svaligiare il caveau di una banca nel centro di Caserta e, tra gli arrestati, è spuntato il pluripregiudicato Manlio Vitale detto Er Gnappa, ex esponente della banda ed amico di Renato De Pedis. Il 4 giugno del 2009 è scomparso anche l’ultimo dei personaggi di spicco della Banda della Magliana: nelle prime ore della sera, ad Acilia, nella periferia di Roma, viene assassinato Emidio Salomone, 55 anni, da due uomini in moto che gli sparano due colpi di pistola al volto, davanti ad una sala giochi di via Cesare Maccari. Gli eredi della Banda della Magliana sono stati segnalati a Ostia.
Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. Il nome deriva da quello dell’omonimo quartiere nel quale risiedevano molti dei componenti. A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, la Camorra, la Ndrangheta, ma anche con esponenti del mondo della politica, della massoneria come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché con esponenti dell’estrema destra, quali il professor Aldo Semerari ed alcuni componenti dei Nuclei Armati Rivoluzionari ed anche con settori della finanza vaticana (Ior), in special modo nella persona di Mons. Paul Marcinkus
I grandi fatti d’Italia Questi legami, sotterranei rispetto alle normali attività criminose della banda (traffico di droga, sequestri e scommesse ippiche) e spesso non chiariti, hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni di piombo, legandone le sorti ad alcuni casi della cronaca nera italiana: omicidio di Mono Pecorelli, attentato a Roberto Rosone, il caso Calvi, l’arsenale ritrovato che era custodito nei sotterranei del ministero della Sanità in comproprietà con i Nar, depistaggi nell’inchiesta sulla strage di Bologna.
Da piccole organizzazioni ad associazione organizzata Da semplice associazione di delinquenti, il patto prese la forma di una potenziale organizzazione per il controllo delle attività criminose nella capitale, nella quale iniziarono a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli (detto “Marcellone”), Edoardo Toscano detto l’Operaietto e Claudio Sicilia detto er Vesuviano per le sue origini napoletane. Il primo lavoro di una certa rilevanza della banda fu quello che avvenne lunedì, il 7 novembre del 1977 ossia il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere: a causa dell’inesperienza nel settore tuttavia la banda fu costretta a chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato, ma uno dei suoi componenti per una distrazione si fece vedere in volto dal duca ed, a causa di questo evento, la vicenda si concluse con la morte della vittima del sequestro. La banda riuscì comunque ad incassare il riscatto (due miliardi, contro i 10 della richiesta iniziale), e, fatto altrettanto insolito, invece di suddividere tra loro ed i complici il frutto del riscatto decisero di reinvestirlo in nuove attività criminali, associandosi con altri gruppi: uno del quartiere Tufello, con a capo Gianfranco Urbani, er Pantera, uno diOstia, con a capo Nicolino Sesis, che aveva forti legami con la Camorra, grazie alla conoscenza del boss Raffaele Cutolo avvenuta in carcere, ed i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbrucciati, er Camaleonte.

