di Antioco Fois e Daniele Bovi
Dimenticate il modello di sviluppo che conosciamo finora. Per coniugare lo sviluppo del territorio al presente, e soprattutto al futuro, serve un nuovo paradigma. Serve una sintesi sia degli strumenti normativi, un unico piano regolatore regionale, che dei livelli decisionali, in una riforma dei poteri e delle istituzioni competenti. Walter Ceccarini, direttore di Ance Perugia, prima di mettere in fila i mattoni della sua tesi spiana il terreno. A partite dai luoghi comuni: «Sono il primo a dire che i volumi costruiti sono troppi e a volere un punto di equilibrio tra sviluppo e difesa del patrimonio naturale e artistico. Sono anche pronto a incontrare Italia nostra e Legambiente in un convegno». Bocciato il testo unico regionale, ridotto a un fascicolo unico dei testi preesistenti, e non una reale sintesi chiara e funzionale. Il pantano della crisi è sono uno dei motivi del blocco del settore, del quale «un pezzo di responsabilità hanno anche le imprese». E per il responsabile degli uffici provinciali del comparto edile di Confindustria, top manager dalle reminiscenze rurali, il pasticcio del collegio Adisu fronte San Bevignate è un’allegoria della situazione attuale.
Direttore qual è la valenza della vicenda del collegio Adisu a San Bevignate?
«Possiamo dire che è emblematica di una situazione generale. Ci sono in campo poteri e responsabilità, ma anche più sensibilità. Le questione è duplice. Ci sono gli interessi del lavoro e dello sviluppo da una parte. Dall’altra ci sono difesa dell’ambiente e valorizzazione del patrimonio architettonico. Senza una sintesi il rischio è che tutti escano sconfitti. Quello che manca è la possibilità per chiunque faccia sviluppo e impresa di avere chiarezza e certezza. Nel caso “San Bevignate” ci sono imprese che hanno fatto investimenti, ci sono operai che forse verranno messi in cassa integrazione. Non sto dicendo che deve essere realizzata a tutti i costi, ma rimane il fatto che siamo di fronte ad un iter autorizzativo lungo e perfezionato e ci sono penali, con la perdita di soldi pubblici, se il progetto verrà sospeso».
Perché il meccanismo a un certo punto si è inceppato?
«Non si è inceppato, semplicemente qualcuno ha sollevato il problema, ma c’erano otto anni per pensarci. I cittadini così vivono tra incertezza o, nella peggiore delle ipotesi, come nel caso di Spoleto, con l’annullamento del piano regolatore del 2007-2008, diventano dei criminali. È forse accettabile che chi ha costruito là in base alle regole si trovi ora con delle strutture potenzialmente abusive?».
Sulla vicenda “San Bevignate” qual è la ricetta dell’Ance?
«Una proposta dell’associazione non può esserci, dico piuttosto che l’interesse di chi ha firmato è che si faccia presto l’investimento. Ma aggiungo: lì? In un altro posto? In un altro modo? La scelta va fatta in tempi brevi. Anche la stazione appaltante, l’Adisu, non può dire solo fermiamoci e pensiamoci. Avete chiuso il contratto, avete consegnato il cantiere, ci si potrebbero rimettere soldi pubblici. Mi aspetterei più decisione, che dicesero: siamo pronti ad andare avanti».
In questi ultimi anni c’è stato un dialogo serio sullo sviluppo della città e della regione?
«Questo è il punto. Com’è possibile che stiamo ragionando oggi del testo unico del governo del territorio che è nient’altro che l’insieme delle normative esistenti in un unico fascicolo? Se non riformiamo anche poteri e competenze non risolveremo niente. Le Province, mentre si pensa ad una loro abolizione, devono fare ancora I piani territoriali di coordinamento? Tutti i Comuni devono fare i piani regolatori? In Italia si fa la pianificazione su fazzoletti di terra, ma al contrario c’è bisogno di una progettazione territoriale più accentrata».
Quindi direttore a che livello va fatta la sintesi?
«Primo rivedere i poteri. Poi, gli strumenti: ce ne sono troppi per la programmazione del territorio, con la Soprintendenza poi che può intervenire all’ultimo per fermare tutto. Noi siamo danneggiati. Non vogliamo costruire per forza, ma norme chiare. Siamo i primi a dire che il costruito oggi è troppo. Ma vorremmo sapere che ci si fa con tutti quei locali vuoti in via del Giochetto? O se edificare il secondo “steccone” di Fontivegge, completando il progetto di Aldo Rossi, per portare residenti in quella zona difficile».
Quanto influisce la campagna elettorale nella vicenda?
«Influisce molto ed è grave, ma il dato peggiore è che nessuno coglie questo elemento come la febbre di un problema più grave: il peggior pagatore è lo Stato, il Tar invalida un piano regolatore facendo diventare molte persone abusive. Questo Paese è impazzito».
Che cosa manca nel testo unico e cosa non funziona?
«La prima cosa da fare è intervenire sui poteri, senza riforma di Comuni e Province noi non sappiamo con chi dobbiamo parlare. Il testo unico potevo metterlo insieme da solo. È evidente che non c’è un’idea di fondo. Ma con tutti questi strumenti di programmazione qualcuno mi spiega qual è il modello di Umbria che vogliamo? Dal punto di vista del paesaggio cosa vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti? Come recuperare il bello?».
Recupero? Da dove si può iniziare?
«La rete idrica perde tra il 30 e il 40%. I comuni non hanno nemmeno la mappatura delle loro fogne. Non vogliamo costruire nuove strutture a tutti i costi, i costruttori possono essere al servizio della regione, per città più funzionali e sane».
La stessa mission dei costruttori è applicabile per la tutela del patrimonio ambientale e architettonico?
«Certo. E su questo farei un convegno con Italia nostra e Legambiente e dire loro che vogliamo rendere più sicuro il nostro territorio. È una battaglia che possiamo fare insieme, che non si può combattere senza le nostre competenze. Il convitato di pietra in tutto questo ragionamento è la rendita fondiaria, io rappresento il processo industriale. Chi ha da trasformare il terreno e ci guadagna, sono forse questi che si sono arricchiti senza creare sviluppo?».
Sull’affare “San Bevignate” è previsto un tavolo tra istituzioni. Non risulta che vi abbiano invitato.
«È stato un errore. Siamo pronti a un confronto su San Bevignate e sul testo unico, sul piano paesaggistico. I nostri nemici comuni sono burocrazia, confusione e incertezza».
Che rapporto avete con la Soprintendenza?
«In una parola? Pessimo. È un soggetto istituzionale fuori dal mondo. Un conto sono le istituzioni democraticamente elette che dicono “no”, un altro sono poteri che non si capisce a che criteri rispondano. Parliamo di un ente che ha potere ostativo non solo se un’opera non risponde ai termini di legge, ma anche se non piace sul piano estetico».
Quali sono le prospettive realistiche del settore edilizio per il 2014?
«Gli iscritti alla Cassa edile sono 5-600 mila persone, oltre a 1,3 milioni di partite Iva, lavoratori autonomi, che è un modo di fare elusione. In provincia di Perugia c’è stato un picco di 15 mila iscritti alla Cassa nel 2008, mentre nel 2013 fatichiamo ad arrivare a settemila; nel 2008 c’era una massa salari da 190 milioni di euro, nel 2013 sono meno di 90. Questa è la situazione del settore».
In questo quadro quanto conta la crisi e quanto le responsabilità delle aziende?
«La crisi conta molto, è la stragrande maggioranza, ma ne hanno anche le imprese. È un’illusione pensare che il modello di business che ha retto fino a qualche anno fa sia momentaneamente interrotto e che riprenderà. È un errore vitale. Il settore delle costruzioni non è finito, ma lo è quello che abbiamo conosciuto».
Ha un esempio di recupero per Perugia?
«Vorrei fare una discussione con gli ambientalisti per il parco di Santa Margherita. L’evoluzione ci sarà per il terzo settore, io punterei su questo e allora come non fare un progetto per questa parte di città? Vogliamo fare un campus studentesco innovativo dentro la città? Poi un’altra operazione da accelerare riguarda l’ex tabacchificio di via Cortonese».
Quali sono i modelli da adottare?
«Prima cosa che dobbiamo fare è andare in giro per il mondo e copiare quello che funziona. Tra le strutture della nostra regione che, invece, sono un esempio posso citare il centro della Protezione civile a Foligno, all’operazione di Angelantoni a Massa Martana, a Perugia penso alla sede nuova degli enti bilaterali, un edificio quasi passivo, dove abbiamo visto innovazione».
Ma c’è un modello col brand “Umbria”?
«Pensate a quanto sarebbe importante sperimentare quella sintesi agrodolce di storico e tecnologico, mettere insieme chi fa innovazione tecnologica, produttori di materiali e dire come recuperare tutto il patrimonio? Perché non pensiamo ad un testo unico edilizio regionale pensando al paesaggio, all’architettura rurale che ha enorme tradizione? Tutti quei casali come li ristrutturiamo? La sfida più interessante è mettere insieme la storia, le pietre, con la tecnologia. Una sfida che possiamo vincere».
Passando a questioni più cittadine, la seconda linea del minimetrò verso Monteluce la convince?
«Se potessi ricominciare da capo, come se non avessimo fatto niente, portarlo al Silvestrini costerebbe molto meno. In quell’area gravitano 40 mila persone al giorno. È come se ogni giorno si spostasse tutta Foligno».
La vicenda di San Bevignate è stata innescata dai comitati. Questi hanno una visione realistica del territorio e del suo sviluppo o sono mossi più dalla nostalgia e dalla conservazione a oltranza dell’esistente?
«Spero che si possa trovare quella sintesi di cui dicevamo all’inizio. Pensiamo che di fronte al Louvre hanno messo una piramide di vetro, ed è bellissima. In Italia ci sarebbe stato il coraggio di farlo? La sensazione che si voglia solo conservare l’esistente è forte. E spesso si passa anche sopra a questioni di sicurezza. Per noi costruire un palazzo o una diga è lo stesso, ma preferiremo lavorare per la tutela, la sicurezza e lo sviluppo del territorio».
Insomma volete un posto al tavolo di programmazione?
«Sì, il nostro contributo è indispensabile».
