di Maurizio Troccoli
L’Umbria rilancia il proprio no all’autonomia differenziata in sanità mentre anche la Fondazione Gimbe chiede al Parlamento di sospendere il percorso avviato da alcune regioni del Nord. Sul tavolo c’è uno dei temi più delicati degli ultimi anni: il rischio che i servizi sanitari possano diventare sempre più diversi da una regione all’altra, incidendo sulla qualità delle cure, sui tempi di attesa e sulla disponibilità di personale.
L’ultimo intervento arriva dalla Fondazione Gimbe che, durante un’audizione davanti alla commissione Affari costituzionali del Senato, ha chiesto di fermare l’iter delle pre-intese sottoscritte da Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria per ottenere maggiori competenze nella tutela della salute. Secondo la fondazione, le differenze già esistenti tra i sistemi sanitari regionali potrebbero ampliarsi ulteriormente se venissero trasferite nuove competenze senza aver prima definito regole e garanzie valide per tutto il Paese.
La posizione di Gimbe si inserisce in un dibattito che in Umbria è tornato al centro dell’attenzione politica nelle ultime settimane. Lo scorso 9 aprile l’Assemblea legislativa regionale ha approvato una mozione che impegna la giunta a manifestare formalmente la contrarietà dell’Umbria a qualsiasi percorso attuativo dell’autonomia differenziata fino a quando non saranno chiariti tutti gli aspetti evidenziati dalla Corte costituzionale. La mozione, presentata dai capigruppo della maggioranza, è stata approvata con 13 voti favorevoli e 5 contrari.
L’atto impegna inoltre la Regione a chiedere al Governo la revisione della legge nazionale sull’autonomia differenziata alla luce delle indicazioni contenute nella sentenza n. 192 del 2024 della Corte costituzionale e a interrompere i negoziati in corso con le regioni interessate fino a quando non sarà definito un quadro normativo ritenuto conforme ai principi costituzionali.
L’autonomia differenziata è prevista dall’articolo 116 della Costituzione e consente alle regioni a statuto ordinario di ottenere competenze aggiuntive rispetto a quelle già esercitate. Tra le materie interessate c’è anche la sanità. In pratica una regione potrebbe ottenere maggiori margini decisionali nella programmazione sanitaria, nella gestione delle risorse, nell’organizzazione dei servizi e, secondo le richieste avanzate dalle quattro regioni attualmente interessate, anche nella definizione di tariffe regionali, nella gestione degli investimenti sanitari, nell’utilizzo di fondi integrativi e nelle politiche sul personale. Secondo Gimbe queste richieste potrebbero produrre effetti molto diversi a seconda della forza economica e organizzativa dei singoli territori.
Al centro della discussione ci sono i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. Si tratta delle prestazioni minime che lo Stato deve garantire in modo uniforme a tutti i cittadini indipendentemente dalla regione in cui vivono. La Corte costituzionale ha stabilito che l’autonomia differenziata può procedere soltanto all’interno di un quadro che garantisca concretamente l’uguaglianza dei diritti. Per questo motivo la definizione dei Lep rappresenta il passaggio decisivo dell’intera riforma. Senza la loro individuazione, senza la quantificazione dei costi necessari per assicurarli e senza adeguati meccanismi di perequazione finanziaria, il rischio è che le differenze territoriali aumentino invece di ridursi. È proprio per questo che Gimbe ha chiesto una moratoria fino alla definizione dei Lep sanitari, dei relativi costi standard e di un sistema nazionale capace di monitorare gli effetti dell’autonomia su salute, accesso alle cure ed equità.
La preoccupazione espressa da gran parte delle regioni del Centro e del Sud è che territori economicamente più forti possano attrarre con maggiore facilità personale sanitario, investimenti e pazienti. Già oggi il servizio sanitario nazionale presenta forti differenze territoriali. Ogni anno centinaia di migliaia di cittadini si spostano da una regione all’altra per curarsi, generando una mobilità sanitaria che produce importanti trasferimenti di risorse economiche. Le regioni che attraggono pazienti registrano saldi attivi, mentre quelle da cui i pazienti partono subiscono perdite finanziarie
Il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, ha sostenuto davanti al Senato che il problema non è l’autonomia amministrativa in sé, ma il contesto nel quale verrebbe applicata. Secondo Gimbe, il Servizio sanitario nazionale è già alle prese con sottofinanziamento, carenza di personale, difficoltà nel garantire i Lea e crescita della spesa privata sostenuta direttamente dai cittadini.
«Sul fronte della mobilità sanitaria, i dati più aggiornati mostrano una situazione ancora critica per l’Umbria. Secondo quanto riferito dalla presidente della Regione Stefania Proietti in Consiglio regionale, il saldo negativo della mobilità sanitaria nel 2025 è pari a circa 37 milioni di euro, sostanzialmente in linea con il 2024. Il disavanzo complessivo sale però a circa 55 milioni se si considerano anche i conguagli relativi agli anni 2022, 2023 e 2024. La Regione sostiene che la crescita della mobilità passiva stia rallentando e ha avviato accordi con Abruzzo, Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Lazio per contenere il fenomeno. Resta tuttavia un dato che conferma la difficoltà del sistema sanitario umbro nel trattenere una quota significativa di cittadini che scelgono di curarsi fuori regione. Una criticità che si aggiunge alle evidenze emerse dal rapporto Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023, secondo cui l’Umbria ha registrato un saldo negativo di 55,8 milioni di euro, con debiti per cure erogate agli umbri fuori regione pari a 137,6 milioni e crediti per prestazioni effettuate a pazienti provenienti da altre regioni pari a 81,9 milioni. Numeri che, nel dibattito sull’autonomia differenziata, vengono indicati come uno degli elementi che potrebbero rendere più difficile per le regioni di dimensioni contenute competere con i grandi sistemi sanitari del Nord nell’attrazione di pazienti, professionisti e investimenti»
