L’Umbria torna tra le regioni italiane con il più elevato rischio di mortalità sul lavoro. È quanto emerge dall’ultimo report dell’Osservatorio sicurezza sul lavoro e ambiente Vega Engineering, che analizza i dati relativi al primo semestre del 2026 e colloca la regione nella fascia di rischio più alta, la cosiddetta ‘zona rossa’, insieme a Calabria, Liguria, Sicilia, Campania e Puglia.
La classificazione si basa sull’incidenza degli infortuni mortali, cioè sul numero di lavoratori deceduti in occasione di lavoro ogni milione di occupati. L’Umbria registra un’incidenza superiore di oltre il 25 per cento rispetto alla media nazionale, fissata a 14,5 decessi per milione di lavoratori, entrando così nel gruppo delle regioni considerate più critiche sotto il profilo della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Nel dettaglio, in Umbria si sono registrati sette decessi in occasione di lavoro nei primi sei mesi del 2026. La classificazione dell’Osservatorio si basa sull’incidenza, ovvero il rapporto tra i decessi avvenuti durante l’attività lavorativa e il numero degli occupati nella regione. L’ indicatore consente di confrontare realtà territoriali con dimensioni molto diverse e, anche quest’anno, colloca l’Umbria tra le aree del Paese dove il rischio di morire sul lavoro risulta più elevato, dopo appena 30 giorni in ‘zona arancione’.
A livello nazionale le vittime complessive sono state 482, in lieve diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2025 (-4 per cento), di cui 350 durante l’attività lavorativa e 132 negli spostamenti casa-lavoro. Un miglioramento che, secondo l’Osservatorio, non basta però a parlare di un’inversione di tendenza. «Il miglioramento osservato nei primi mesi del 2026 sta progressivamente perdendo intensità -. dice l’ingegnere Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio Vega – Le 482 vittime accertate da inizio anno, la presenza di 6 regioni in zona rossa e l’aumento delle denunce di infortunio, confermano che l’emergenza è tutt’altro che superata». Grave la situazione dei lavoratori con più di 65 anni, che registrano l’incidenza di mortalità più elevata, 45 decessi per milione di occupati. Segue la fascia 55-64 anni, che, in termini assoluti, è quella che conta il maggior numero di vittime, con 128 morti nei primi sei mesi dell’anno.
Preoccupante anche il dato relativo ai lavoratori stranieri. Sono 133 le vittime su un totale di 482 decessi, mentre il rischio di morire sul lavoro è oltre tre volte superiore rispetto a quello dei lavoratori italiani: 37,1 decessi per milione di occupati, contro 11,8. «Questi dati impongono di rafforzare le attività di prevenzione, controllo e formazione, – continua Rossato – con particolare attenzione alle categorie maggiormente esposte e alle cause che continuano ad alimentare un divario di rischio così marcato».
L’analisi evidenzia inoltre come i comparti più colpiti continuino a essere costruzioni, trasporto e magazzinaggio, e attività manifatturiere, settori che da anni concentrano una quota rilevante degli infortuni mortali. Accanto ai decessi cresce anche il numero degli incidenti denunciati. Nei primi sei mesi del 2026, le denunce di infortunio presentate all’Inail su tutto il territorio nazionale sono state 315.452, con un incremento del 5,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche in questo caso il maggior numero di segnalazioni proviene dalle attività manifatturiere, seguite da sanità, costruzioni, commercio e trasporto.


