Milena Gabanelli a Perugia (Foto F.Troccoli)

di Ivano Porfiri

«In Italia il giornalista è cane da guardia del potere a patto che scodinzoli anche un po’». E’ questa la fotografia impietosa di una professione della migliore giornalista, almeno in ambito televisivo, che c’è in questo momento nel paese. Ascoltare Milena Gabanelli, che da 14 anni fa Report, riconcilia però con questo mestiere. Fa capire che con la serietà e la passione, anzi con la «voglia» come dice lei, si può fare bene il proprio lavoro, qualunque esso sia: «la vera disgrazia è fare tutta la vita un lavoro che non ti piace», dice prima di andarsene, puntualissima, con la stessa puntualità con cui si è presentata sul palco del teatro Morlacchi.

Normalità Arianna Ciccone, deus ex machina del Festival internazionale del giornalismo, ci ha messo cinque anni a portarla su quel palco. E Gabanelli non ha sgarrato di un secondo. Il suo intervistatore, Corrado Formigli di Annozero, ha dovuto iniziare dicendo: «Volevo tardare almeno 5 minuti come di solito si fanno aspettare le persone importanti ma lei ha voluto iniziare addirittura in anticipo». Niente divismo, normalità. Ed è proprio la «normalità» il primo impatto con quella donna in cui anche il look, capelli biondi corti, camicia lilla e giubbino di pelle nera, non concede nulla all’ostentazione.

Fatica e lavoro In una settimana in cuicorso Vannucci è sembrato spesso il giardino del ginnasio di Apollo Licio, con i tanti Aristoteli del giornalismo a tenere lezioni seguiti da stuoli di discepoli avidi di inesistenti segreti da carpire, Milena Gabanelli, in un’ora e mezza, ha riportato la professione giornalistica alla sua essenza: fatica, lavoro certosino alla ricerca della verità, dove la notizia conta più di chi la scrive o ne parla, più dei mezzi tecnologici che la catturano. «Le tv via web saranno sempre più importanti: sotto i 30 anni nessuno si informa più attraverso la tv e chi guarda la tv sta invecchiando, scompariranno progressivamente»

La svolta «La svolta nella mia carriera c’è stata in Jugoslavia – racconta – quando mi sono trovata da sola con una piccola telecamera e mi sono accorta che era l’unico mezzo per portare a casa il servizio. Se il tuo telefonino è l’unico mezzo per catturare una notizia devi usare quello, non puoi permetterti di chiamare la troupe, ormai questo è il presente del giornalismo». Report è questo presente da 14 anni. «Usiamo i mezzi che abbiamo», più semplice di così. Sì però dietro a ogni inchiesta ci sono quattro mesi di lavoro, richieste di interviste spesso negate «perché in Italia non è normale che un giornalista possa fare una domanda».

Niente ammiccamenti Più volte l’intervistatore ha provato ad ammiccare, trascinandola nel «noi che siamo i diversi», ma Gabanelli ha tracciato una linea netta. «Noi di Report facciamo le inchieste, se ci serve un politico gli chiediamo una cosa di sua competenza e quella ci interessa, non facciamo i talk show in cui ognuno dice la sua, per questo è assurdo che ci venga applicata la regola della compensazione dei pareri». La regola che, dopo un esposto del ministro Tremonti all’Agcom, impone a Report di fare una puntata entro il 12 giugno in cui si parli bene della manovra economica: «La feremo – ha detto laconicamente Gabanelli – ne parleremo benissimo».

Fortunata Anche sul tema dei compensi, la giornalista non si è fatta tirare per la giacchetta dello sdegno qualunquistico. Quando Formigli le ha chiesto: «Tu che guadagni 150 mila euro l’anno per fare un programma che fa incassare alla Rai il doppio di quanto costa, cosa hai pensato apprendendo che Sgarbi ne avrà 200 mila a puntata?». Risposta secca: «Ho pensato che sono fortunata ad essere pagata per fare una cosa che mi piace». Stop.

I segreti non esistono Normalità anche a chi le ha chiesto i segreti del mestiere. «Ma come fanno quelli che leggono tutti i giornali? Io ho tempo sì e no per i titoli delle prima 3 pagine». «Da dove vengono le inchieste? Curiosità: ad esempio non sapevo cosa volesse dire la parola “derivati” e abbiamo voluto approfondire, senza per forza dover trovare il marcio ovunque, solo capire». Niente bacchetta magica. «Spesso gli scoop non vengono dalla bravura ma dagli “incarogniti”, cioè quelli che vengono lasciati senza poltrona e prima di andare via fotocopiano tutti i documenti. Invece chi segnala un problema spesso poi si tira indietro per paura». «Le conseguenze delle inchieste? Io faccio la giornalista, informo la gente: non pretendo che si faccia la rivoluzione il giorno dopo».

Cause milionarie Ciò che pesa sulle spalle gracili di Milena sono le preoccupazioni per 40 cause civili di chi si è sentito diffamato, con richieste di risarcimento per oltre 300 milioni di euro. «E’ assurdo il tempo che richiede seguire tutto questo, è almeno il 50% del mio tempo lavorativo». Ma pesa anche l’incognita sul futuro. «Non sappiamo ancora se Report l’anno prossimo ci sarà: spero me lo facciano sapere presto, non riesco a parlare al telefono con il direttore generale, forse perché non vado in diretta (riferimento alla chiamata ad Annozero, ndr)». Però Gabanelli è fedele alla Rai. «In 14 anni nessuno mi ha mai censurato o impedito di affrontare un argomento come volevo, non credo si possa fare altrove».

Zero sconti Ma niente sconti ai giornalisti che si lamentano di non essere liberi: «A chi lavora nei tg e mi dice: beati voi, io rispondo che, innanzi tutto, loro lo stipendio a fine mese se lo portano a casa mentre noi abbiamo contratti annuali. E poi chi li obbliga a fare i servizi sui panettoni? Si ribellassero invece di lamentarsi». E dopo aver riportato sulla terra tutti i soloni del giornalismo (molti in platea), Gabanelli ha concluso facendo atterrare anche la massa degli aspiranti Pulitzer under 30. «Noi gli stagisti non li paghiamo, gli diamo l’opportunità di imparare se vengono con lo spirito giusto che si deve avere a 20-25 anni. Io ho fatto il primo pezzo che volevo veramente fare a 40. Non potete pretendere di essere arrivati senza l’umiltà di imparare. Del resto in 14 anni solo in un caso mi sono detta: questo è proprio bravo, dovremo impegnarci per fargli fare un contratto».

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2 replies on “Milena Gabanelli riporta i divi della penna sulla Terra: «In Italia i giornalisti scodinzolano»”

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