Francesco La Licata con Pietro Grasso (Foto Manti)

di M.Alessia Manti

«Noi viviamo oggi nell’eredità di quegli anni in cui è cambiato il modo di indagare». E’ la testimonianza di Antonio Manganelli, capo della polizia, che insieme al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e il giornalista della Stampa Francesco La Licata ha partecipato al panel commemorativo dedicato a Giovanni Falcone all’interno del Festival Internazionale del Giornalismo.

Punto di riferimento A vent’anni dall’uccisione dei due magistrati, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta, è stato ribadito come il loro modo innovativo di fare indagine sia ancora un punto di riferimento costante per gli inquirenti e per tutti coloro che quotidianamente si impegnano sul lavoro e nella vita in generale a fare il proprio dovere con rigore, rispetto delle regole e coraggio.

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Due magistrati, due uomini Una discussione da cui è emersa sì l’indubbia professionalità e coerenza dei due magistrati, la loro indiscutibile eredità lasciata come forma mentis, ma anche il lato nascosto, quello umano e privato di due uomini. «Falcone, a differenza di Borsellino che aveva un sorriso amaro ma ispirava complicità, non risultava simpatico, non era affettivo – ha detto Manganelli – stava sulle sue anche se, quando si fidava, sfoderava una certa ironia e anche un umorismo demenziale». A tal proposito è stato raccontato qualche aneddoto privato anche dal giornalista La Licata che, nonostante facesse parte di quella categoria professionale che Falcone non amava molto – «i giornalisti sono superficiali», diceva il magistrato – era diventato un suo grande amico. Lo ha ricordato sorridendo e raccontando una telefonata che ebbero: «Ciao Giovanni, come stai?». E lui: «Seduto».

Falcone e Buscetta Nel faccia a faccia si è parlato dell’importante ruolo che hanno avuto i pentiti di mafia. In particolare Tommaso Buscetta, il collaboratore di giustizia che forse più di tutti ha permesso la ricostruzione giudiziaria di Cosa Nostra e della sua struttura che prima delle inchieste coordinate da Falcone e Borsellino era quasi del tutto sconosciuta. «Buscetta era rimasto molto legato alla funzione dirompente che aveva avuto all’interno dell’organizzazione criminale – ha raccontato Manganelli – e strappatosi la veste da mafioso viveva per accusarla e per divulgare questa sua posizione di contrasto. La totale fiducia nei confronti di Falcone derivava da questo, il giudice serio e rigoroso era diventato la sua nuova icona, la sua nuova Chiesa, quasi il suo alter ego».

La macchina del fango In quegli anni si era attivata una vera e propria campagna di delegittimazione nei confronti dei due magistrati. «Volevano affossare le loro figure – ha ricordato Grasso – li volevano fuori da Palermo. Li vedevano come dei disturbatori anche se nell’ultimo periodo la gente, il popolo, cominciava a stare dalla loro parte». E ha aggiunto con commozione: «Ricordo Borsellino come un fratello maggiore. Quando cominciai a studiare i fascicoli dell’inchiesta che portò ai maxi processi contro Cosa Nostra mi diede le sue famose rubriche con i suoi appunti di indagine. Una sorta di mappa che mi fu utilissima. Mi sentii coccolato e protetto».

Il messaggio Un messaggio di speranza e forza sul finale: «Chi ha vissuto quegli anni non portrà mai fermarsi e non lo farà finche avrà fiato e sangue nelle vene».

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