di Gabriele Antonini e Giorgia Olivieri
Dopo due lunghi anni di attesa, il Ministero della Salute ha pubblicato la relazione sull’attuazione della legge 194, che tutela l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, con i dati definitivi relativi al 2020. In seguito ai recenti fatti internazionali legati al diritto all’aborto, si pensi al ribaltamento da parte della Corte suprema degli Usa della storica sentenza Roe contro Wade che tutelava l’accesso all’Ivg nel paese, Umbria24 ha voluto fare il punto sul tema nella regione mettendo a confronto la relazione del Ministero con l’inchiesta Mai dati pubblicata dalle giornaliste Sonia Montegiove e Chiara Lalli. Lo studio di Montegiove e Lalli si è basato sulla raccolta di dati, aggiornati al 2022, che individuano la percentuale di personale obiettore presente in tutta Italia per ogni singola struttura sanitaria che dovrebbe garantire l’accesso all’aborto.
La relazione Il ritardo da parte del Ministero, che solitamente riporta i dati dell’anno precedente in ogni relazione, è legato alla difficile situazione Covid che tutto il sistema sanitario nazionale ha subito. All’interno del rapporto è possibile trovare il numero totale di interruzioni di gravidanza praticate in Italia e in ogni regione e la loro variazione nel tempo. Sono inoltre presenti alcune informazioni generali sulle donne che ricorrono all’aborto, come titolo di studio, stato civile, cittadinanza e occupazione. La seconda parte della relazione presenta, invece, i dati relativi alla pratica stessa, indicando i numeri per tipo di struttura in cui si praticano le Ivg, quanti aborti sono spontanei e quanti volontari, il numero di Ivg per settimana di gestazione e i tempi di attesa tra l’arrivo della certificazione e l’intervento. Per quanto riguarda le strutture che dovrebbero praticare le Ivg, invece, la relazione ne riporta il numero totale per Regione, 12 in Umbria, il tipo di intervento solitamente effettuato e la durata della degenza per le pazienti.
L’importanza dei dati aperti sull’obiezione In merito al numero di obiettori tra ginecologi, anestesisti e personale non medico la relazione riporta il numero totale per categoria presente nelle strutture inserite all’interno del rapporto, non specificando in quale struttura questi operano. La percentuale di ginecologi obiettori in Umbria, riferita al 2020, è del 70,4 per cento. Il rapporto, però, dipinge in maniera piuttosto sfocata la reale possibilità in Italia di accesso all’Ivg. I dati riportati sono, innanzitutto, già elaborati dal Ministero, non permettendo quindi una lettura aperta degli stessi. Inoltre, come apertamente specificato da Sonia Montegiove e Chiara Lalli all’interno della loro inchiesta Mai dati, la relazione non costituisce un vero strumento informativo capace di identificare le strutture a cui ci si può rivolgere per praticare l’Ivg, a causa proprio del fatto che non specifica il dato del numero di ginecologi obiettori e l’ospedale in cui questi operano. Come emerge all’interno di Mai dati, i cui numeri sono invece aggiornati al 17 maggio 2022 per quanto riguarda l’Umbria, il rapporto tra numero di obiettori presenti in una singola struttura e il numero di ginecologi totali nella stessa diventa determinante per capire quale struttura garantisce effettivamente l’accesso alla Ivg.
L’Umbria obietta di più Se si guarda infatti alle strutture che nel 2020, secondo la relazione ministeriale, non praticano aborti, e quindi si presume che abbiano il 100 per cento di obiettori, in Umbria sono solamente due – presumibilmente l’ospedale di Castiglione del Lago e quello di Gubbio-Gualdo Tadino, come rilevato da Mai Dati – a fronte dei dodici stabilimenti presenti nella regione che dovrebbero garantire questo diritto. Tuttavia, andando a vedere il livello di obiezione del personale ospedaliero all’interno delle strutture che praticano Ivg, le dieci rimanenti, la situazione non è così rosea e anche all’interno di queste il rischio di non poter accedere all’interruzione di gravidanza è molto alto: infatti tra gli obiettori abbiamo 57 ginecologi, il 70,4 per cento del totale, 111 gli anestesisti, il 55,2 per cento, e 146 appartenenti al personale non medico, tra cui gli ostetrici, il 54,5 per cento. Da questo punto di vista le statistiche del personale obiettore dell’Umbria sono più negative sia rispetto alla media nazionale: 64,6 per cento di ginecologi, 44,6 per cento di anestesisti e 36,2 per cento di personale non medico; sia relativamente alla media delle regioni del centro-Italia: 63,3 per cento di ginecologi, 44,3 per cento di anestesisti e 24,5 per cento di personale non medico.
Farmacologico Come già emerso dall’analisi delle statistiche Istat 2020 relative alle Ivg per tipo di intervento effettuato, anche la relazione ministeriale riporta gli stessi dati che erano già stati presi in considerazione, per cui, a fronte delle 824 Ivg avvenute nel 2020, 316 sono state eseguite con metodo farmacologico, precisamente: 297 con la somministrazione di mifepristone e prostaglandine, 4 con solo mifepristone e 15 con solo prostaglandine.
Consultori Molto dibattuto è ancora il ruolo dei consultori: stando infatti alle linee di indirizzo 2020 del Ministero in merito all’aborto farmacologico, predisposte su parere favorevole del Consiglio superiore della sanità, queste strutture possono a tutti gli effetti praticare questa tipologia di interruzione della gravidanza. Tuttavia a oggi dei 49 consultori familiari attivi in Umbria nessuno pratica direttamente Ivg, limitandosi ai servizi di consulenza Ivg, a colloqui, al rilascio di certificati per accedere alla Ivg e all’effettuazione di controlli post Ivg. In particolare nel 2020 in Umbria in queste strutture sono stati eseguiti 666 colloqui, sono stati rilasciati 594 certificazioni e sono stati effettuati 205 controlli; tutti servizi fondamentali per il diritto all’accesso all’aborto, ma che potrebbero essere ancora più funzionali se si consentisse di effettuare il farmacologico anche all’interno delle strutture non strettamente ospedaliere, come per l’appunto i consultori, ma anche gli ambulatori pubblici.
