di Gabriele Antonini e Giorgia Olivieri
Sono due gli ospedali in Umbria in cui il 100 per cento dei ginecologi sono obiettori, le strutture di Castiglione del Lago e di Gubbio – Gualdo Tadino, a Foligno e Spoleto, invece, il tasso di obiezione supera l’80 per cento sul totale dei ginecologi. Questi alcuni dei dati emersi, dall’inchiesta giornalistica ‘Legge 194 Mai dati’, portata avanti da Sonia Montegiove, informatica e giornalista umbra, e Chiara Lalli, saggista e giornalista, sul tasso di obiezione di coscienza in Italia. La Regione Umbria, in particolare l’Azienda ospedaliera di Terni, è al centro di questo caso mediatico.
La problematica La relazione di attuazione della Legge 194 redatta dal ministero della Salute dovrebbe costituire la fonte prima di accesso alle informazioni relative alla tutela del diritto all’aborto in Italia, ma Lalli e Montegiove hanno dimostrato il contrario. La relazione del Ministero è costituita, infatti, da dati chiusi nazionali e regionali, cioè da dati già elaborati e raccolti in un pdf che non possono essere rielaborati o letti in maniera facilmente fruibile. Inoltre, la fotografia dell’ultimo rapporto emesso, trasmessa a luglio 2021 e pubblicato a settembre dello stesso anno, è «sfocata», precisano le autrici di Mai dati, in quanto i dati fanno riferimento al periodo tra il 2019 e i primi mesi del 2020. Secondo le due giornaliste, quindi, la relazione non costituisce un vero strumento informativo per tutte quelle donne che hanno necessità di capire a quale struttura possono rivolgersi per praticare l’Ivg. Da qui, la richiesta di Montegiove e Lalli di accesso civico generalizzato alle singole Asl e ai presidi ospedalieri, chiedendo i numeri specifici per struttura, con dati aperti.
L’indagine Mai dati L’inchiesta giornalistica, autofinanziata e indipendente, nasce, quindi, con lo scopo di aiutare l’accesso alle informazioni sull’Ivg sul territorio nazionale, cercando di recuperare quei dati mancanti e creando, poi, una mappa consultabile e facilmente fruibile che potesse restituire una fotografia più a fuoco sull’obiezione di coscienza in Italia. L’indagine è stata poi pubblicata in collaborazione con l’Associazione Luca Coscioni, visto l’impegno da parte della stessa nella tutela dei diritti del singolo e in termini di ricerca. Le mappe elaborate, quindi, raccolgono le informazioni ottenute dalle varie aziende ospedaliere d’Italia in merito al numero totale di ginecologi, anestesisti e Oss dei vari punti Ivg del territorio nazionale e la percentuale in ogni struttura di obiettori. In Italia sono 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100 per cento di obiettori di coscienza, 22 ospedali e 4 consultori con il 100 per cento di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e Oss e 18 ospedali con il 100 per cento di ginecologi obiettori. Inoltre, sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100 per cento per di obiettori, tra queste anche l’Umbria.
La situazione in Umbria La mappa relativa alla Regione Umbria pubblicata nell’inchiesta, è aggiornata al 17 maggio e fa emergere una situazione ben peggiore di quella descritta nella relazione pubblicata lo scorso anno dal Ministero, secondo la quale, nel 2019 delle 12 strutture ospedaliere presenti sul territorio che potevano effettuare l’Ivg solamente una – non è chiaro quale – non ha garantito l’accesso a causa dell’obiezione di una parte o tutto il personale sanitario. Nell’indagine Mai Dati, invece, i numeri aggiornati, sono ben più preoccupanti: oltre alle due strutture di Castiglione del Lago e di Gubbio – Gualdo Tadino, che presentano il 100 per cento di obiettori, devono essere aggiunte anche l’ospedale di Foligno, in cui la percentuale di ginecologi obiettori è quasi al 90 per cento, 8 su 9, l’ospedale di Spoleto in cui 4 ginecologi su 5 si rifiutano di effettuare la Ivg, l’ospedale di Perugia in cui i ginecologi obiettori sono 13 su 17, il 76 per cento, e l’ospedale di Città di Castello, dove gli obiettori sono 6 su 8, il 75 per cento.
La responsabilità della Regione Questi numeri sono importanti perché forniscono un’utile panoramica delle strutture in cui il rischio di non poter accedere all’aborto è alto, e sono gli stessi numeri di cui, in teoria, la Regione dovrebbe tener conto per fare in modo che ciò non accada. È compito delle singole giunte regionali fare in modo, attraverso nuove assunzioni e trasferimenti del personale sanitario, che non vi sia un abuso dell’obiezione di coscienza, ed evitare che tutto il personale sanitario all’interno di una stessa struttura si dichiari obiettore. Infatti, oltre alla violazione della Legge 194, si va in tal modo a ledere un diritto fondamentale della donna, la sua libertà all’autodeterminazione. A tal riguardo, la giunta Tesei nel 2020 aveva scatenato un terremoto politico, decidendo di abolire il day hospital per l’accesso alla Ivg di tipo farmacologico, nonostante il ministero della Salute avesse emanato due diverse circolari che annullavano l’obbligatorietà del regime di ricovero ordinario proprio per il farmacologico e anzi consigliavano il day hospital, soprattutto in relazione al sovraccarico delle strutture ospedaliere legato all’emergenza Covid.
Questione farmacologico Come spiega a Umbria24 Montegiove, «l’aborto farmacologico avrebbe, anzi, risposto a un’esigenza delle strutture ospedaliere vista la carenza, in quel periodo, di posti letto e l’impossibilità generalizzata di accedere ai servizi ospedalieri». La giornalista precisa, però, che «ogni Regione interpreta la legge nella maniera che ritiene opportuna; abbiamo interpellato strutture con il 100 per cento di obiettori che hanno affermato di garantire il servizio, dal momento che anche i punti non Ivg dovrebbero essere in grado di accompagnare la donna nel percorso per accedere all’aborto, ma è tutto abbastanza fumoso». Montegiove racconta anche che insieme a Lalli hanno chiesto al ministero della Salute la lista degli ospedali da considerare punto Ivg ma che questa non esiste, «alcuni ospedali – continua – ci hanno risposto dicendo di non esserlo ma non è chiaro; la mancanza di chiarezza è rischiosa perché quando si parla di aborto le tempistiche sono centrali». Inoltre, sul territorio umbro, nessun consultorio o ambulatorio ha mai ricevuto la delibera da parte della Regione a poter somministrare la pillola per l’aborto farmacologico, né è stato mai elaborato un protocollo che desse indicazioni alle strutture non ospedaliere al riguardo.
Il farmacologico in Umbria A oggi, si sa ben poco su quali siano le strutture ospedaliere umbre che effettivamente garantiscono l’accesso a questo tipo di interruzione di gravidanza. Stando agli ultimi dati Istat riferiti al 2020, delle 824 Ivg avvenute nel corso dell’anno, 316 sono state eseguite con metodo farmacologico, il 38 per cento, dato più positivo rispetto al 2019 in cui erano state 199 su 899, il 22 per cento. Questo dato fa posizionare l’Umbria al decimo posto nella classifica delle Regioni dove si praticano più Ivg con metodo farmacologico in rapporto agli aborti totali. Tuttavia, la situazione è differente a seconda della provincia di riferimento: sempre nel 2020, infatti, nella provincia di Perugia il ricorso al farmacologico è stato pari al 41 per cento dei casi totali di aborto volontario, dato migliore rispetto a quello del 2019 in cui era stato effettuato solamente il 19 per cento delle volte. Nel ternano, invece, la situazione è stata differente: se nel 2019, infatti, gli aborti con metodo farmacologico erano stati 83 sui 265, il 31 per cento, nel 2020 il ricorso a tale tipologia di interruzione della gravidanza si è ridotta al 23 per cento dei casi totali, 33 su 139. Inoltre, un’informazione rilevante che si riscontra proprio nella provincia di Terni nel primo anno di pandemia è quella del dimezzamento delle interruzioni volontarie di gravidanza rispetto al 2019: da 265 a 139.
Il caso di Terni L’Azienda ospedaliera di Terni, sottolinea Montegiove, non ha ancora risposto alla richiesta delle giornaliste di fornire il numero preciso di ginecologi impiegati nell’ospedale, motivo per il quale non è stato per loro possibile calcolare la percentuale di obiettori presenti nella struttura. Il 1 giugno uscirà il libro Mai dati, per Fandango, racconta Montegiove, e un capitolo sarà dedicato proprio a Terni e al racconto legato alla difficoltà di accedere ai dati e al lungo tempo di attesa. Proprio l’azienda ospedaliera ternana ha interrotto, per parole del direttore Pasquale Chiarelli riportate dalla giornalista, il servizio Ivg a causa dell’emergenza Covid a partire da dicembre 2020. Tutt’ora, secondo quanto riportato da Montegiove, non è chiaro se il servizio sia ripreso a pieno ritmo; l’accesso sembra sia limitato a una sola volta a settimana. Secondo le informazioni acquisite dai consultori durante la stesura della relazione, molte donne del ternano si recano a Perugia e in altre città limitrofe per accedere al servizio Ivg. Nonostante ciò, Montegiove e Lalli non hanno avuto accesso ai dati sulla mobilità sanitaria, non è possibile quindi sapere quante donne escono dall’Umbria e quante ne arrivano da altre Regioni per praticare l’aborto. Precisa però Montegiove, che «se c’è un flusso di donne che esce dalla Regione significa che qualcosa non va; che lo facciano per privacy ne dubito, dal momento che se ci sono le condizioni ed è garantito e ben gestito il servizio, non credo ci siano remore rispetto a farlo vicino casa».
