Prosegue con la storia di Elena la serie di articoli che Umbria24 dedica ai racconti dei giovani umbri alle prese con un mercato del lavoro dove non mancano casi di sfruttamento, paghe da fame, mancate tutele e così via. Per raccontare la vostra esperienza contattateci attraverso i canali social di Umbria24 oppure mandate una mail a redazione@umbria24.it o umbria24tr@gmail.com
di Ilaria Alleva
Elena ha 23 anni e sta concludendo il suo percorso di studi con una magistrale di ambito umanistico. Da sempre interessata al mondo della scrittura, si mette in gioco iniziando un tirocinio per un gironale online. La paga è molto bassa, ma l’impegno richiesto non è insormontabile, almeno all’inizio. Ma con la ‘promozione’ le cose cambiano…
Impegno part-time «All’inizio avevo una rubrica settimanale, una cosa carina, di stampo culturale» scrive Elena a Umbria24. «Col passare del tempo, però, il sito si è espanso. Una buona cosa, in teoria. Ma il personale era sempre lo stesso, e anzi c’era un grande turnover. Dopo circa un annetto dall’inizio della mia collaborazione, vengo convocata in sede centrale per parlare con il direttore. Mi viene proposta questa ‘promozione’: non occuparmi più soltanto della rubrica ma anche della cronaca». Elena racconta di aver accettato con entusiasmo, sentendosi gratificata, ma anche di aver messo da subito le cose in chiaro: entro quattro mesi doveva discutere la tesi, perciò era meglio un impegno part-time. Impegno che, a parole, le è stato accordato. «Nei fatti però il part-time voleva dire lavorare dalle 6.00 alle 14.00 o dalle 14.00 alle 22.00. Di fatto, una giornata lavorativa di otto ore piene. Non esistevano né sabati né domeniche, né giorni di riposo di alcun tipo».
La deontologia Elena all’inizio pensa che sia normale: è la sua prima esperienza e sa che nel giornalismo i festivi non sono inclusi. Tuttavia, i ritmi sono fin troppo serrati: «Mi ritrovavo a scrivere anche 30, 40 articoli al giorno, perché dovevamo essere veloci». Elena, all’università, aveva avuto modo di studiare anche la deontologia giornalistica. Ma per il sito questa sembrava non esistere: «Copiavamo quasi tutto, da chiunque, senza verificare nessuna notizia. L’importante era riempire l’homepage, attirare gli sponsor, e non porsi tante domande. Gli articoli, ovviamente, erano pieni di errori visto che non avevamo tempo per correggerli. Eravamo in tre a gestire la cronaca di una regione intera». La giovane racconta che qualche volta le capitava di sbagliare i titoli, facendone alcuni molto simili. «Anche se postavamo 40 articoli al giorno, per il capo dovevano essere tutti impeccabili. Era una critica continua». In più il direttore pretendeva che tutti fossero in sede, anche se Elena abitava a un’ora di distanza, almeno due volte a settimana.
Burnout Ben presto diventa evidente che il sito e lo studio sono inconciliabili. Elena deve ancora finire di scrivere la tesi, ma non riesce a mettersi davanti al computer dopo tutte le ore dedicate al lavoro, che sta influenzando anche la sua salute: «Avevo dei mal di testa continui, mi bruciavano gli occhi nonostante avessi ricominciato ad usare gli occhiali – che di solito utilizzavo solo nelle giornate di particolare stanchezza – in maniera assidua. In più mi sentivo sempre più esaurita, stanca e sull’orlo di una crisi di nervi: avevo il terrore di non riuscire a laurearmi in tempo. Quando ho fatto presente ai colleghi di avere questi mal di testa persistenti, loro mi hanno fatto vedere un cassetto pieno di antidolorifici: ‘prenditi un Oki o un Brufen, io ne prendo uno al giorno’ mi ha risposto il mio supervisore». Dopo un mese e mezzo in quelle condizioni, Elena si accorda con l’altra tirocinante per prendere una posizione e dire al direttore che così non si può andare avanti.
I sacrifici Davanti al direttore, però, Elena è l’unica a fare presente che lavorare in quel modo per 250 euro al mese – che non bastano nemmeno per la benzina visto che deve fare il viaggio per andare in sede due volte a settimana – non è più possibile. Cerca di esporre nel modo più diplomatico possibile le proprie ragioni e i propri timori, mentre la collega preferisce tacere. Alla fine, il direttore sbotta: «Iniziò il suo sfogo con una bestemmia. Poi cominciò a urlarmi contro che se volevo fare la giornalista dovevo abituarmi a fare quei sacrifici: ‘se hai mal di testa prendi Oki, se non hai tempo a pranzo e a cena mangi un panino, se la sera vuoi uscire con gli amici non ci esci e se hai un ragazzo non ci sc**i. L’abbiamo fatto tutti! C’è chi preferisce andare a fare la commessa: se preferisci così quella è la porta’. Praticamente era proibito avere una vita. Il direttore mi diede una settimana di tempo per pensarci».
Le dimissioni Elena ha dovuto rifletterci per molto meno: «Anche i colleghi alla fine credevano che fossi io quella in torto. Non avevo intenzione né di farmi trattare in quel modo né di lavorare con persone di cui non potevo fidarmi. Tra l’altro alle dipendenze di una persona così gretta, che pensava di poter disporre di me come un oggetto, senza alcun rispetto. Dopo una settimana andai in sede un’ultima volta a dare le mie dimissioni». Tutto il lavoro di Elena, tutti i suoi articoli, vennero cancellati: come se non fosse mai esistita per quel sito. «Alla fine mi sono laureata in tempo e ho ripreso in mano la mia vita. Ora collaboro con diversi giornali e sto per iscrivermi all’albo. Ma ci sono voluti diversi anni prima di accettare di nuovo di avere a che fare con il giornalismo, e comunque ho dovuto ricominciare da zero. So che, dopo di me, quasi tutti i miei vecchi colleghi hanno preferito andare a lavorare altrove».
