Laura Santi con il marito Stefano

di Daniele Bovi

Tra i tanti fatti della vita, la malattia è forse quello che più di altri resta confinato nella sfera del privato; Laura Santi ha invece trasformato il suo corpo sempre più sofferente e immobile in un fatto pubblico – e quindi politico – per far avanzare diritti civili e democrazia. Il tutto a vantaggio non solo suo ma della collettività. 

Laura – mi permetto di chiamarla così perché ci conoscevamo da moltissimi anni, durante i quali abbiamo parlato spesso di quella sclerosi multipla che ha portato alla morte anche mio padre – è stata quindi un esempio per tutti di coraggio, lucidità e determinazione; per fare del proprio corpo un fatto politico serve infatti coraggio, e ancora di più se quel corpo ti infligge ogni giorno sofferenze sempre più insopportabili. 

ADDIO A LAURA SANTI

Nel corso della sua vita e in particolare durante la sua malattia la giornalista perugina ha sostanzialmente rifiutato l’idea che il corpo malato sia “solo” un fatto privato, da proteggere o compatire. Il suo corpo lo ha “esposto”, per renderlo luogo pubblico: la carne diventa così il terreno di una domanda radicale sul diritto alla scelta. Chiunque guardasse Laura è stato costretto a chiedersi e a chiedere: di chi è il mio corpo? Chi decide sulla mia vita e sulla mia morte?

IL CORDOGLIO: PORTEREMO AVANTI LE TUE BATTAGLIE

Laura, come ricordato nelle scorse ore dal marito Stefano Massoli, ha quindi combattuto per tutti, per quelli nell’ombra e che non hanno voce. Il problema è che questa battaglia non avrebbe neanche dovuto combatterla. Laura – assistita in primis dal marito e dall’associazione Luca Coscioni – è stata infatti sottoposta a un ulteriore calvario: dopo quello del corpo, quello burocratico-giudiziario; alla giornalista perugina sono infatti serviti tre anni per vedersi riconosciuto il diritto al suicidio medicalmente assistito. Un percorso lungo e doloroso – quello verso l’autodeterminazione – fatto di ostacoli, ricorsi, ritardi, diffide, udienze e così via. Il tutto per vedersi riconoscere quanto stabilito dalla Corte costituzionale; un inaccettabile scarto tra diritto riconosciuto e diritto accessibile.

L’ULTIMO SALUTO DI LAURA

Laura lascia dunque una grande eredità civile e politica e i tanti messaggi di queste ore testimoniano che, nel corso della sua vita – piena di senso – ha ben seminato. Tra i semi che dovranno dare frutti anche uno relativo a quel linguaggio che – è banale ricordarlo – dà forma alla realtà. Laura Santi ha sempre rifuggito da quella retorica della malattia come una battaglia, dei «guerrieri», delle «eroine», del nemico da sconfiggere; la malattia è semplicemente una malattia, senza significati nascosti, metafore o eroismi. Una melassa retorica stucchevole – imposta da chi sta fuori, non dentro le case – nella quale spesso finiscono per affogare le esperienze reali dei pazienti e di chi li assiste. 

I malati non sono eroi, anche perché ciò potrebbe far dimenticare che sono semplicemente persone che affrontano una condizione medica complessa. Compito delle istituzioni non è fare retorica ma lavorare per garantire servizi, farmaci adeguati, assistenza (anche psicologica) ai milioni di Stefano che ogni giorno vivono la sofferenza accanto ai propri cari, ausili, cure di ogni tipo, finanziare (e non tagliare) la ricerca. E alla politica spetta ovviamente il compito di legiferare – bene e presto – sul fine vita. Laura ha potuto scegliere ma nessuno merita di ripercorrere il suo calvario. 

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