Sulla vicenda delle intercettazioni in carcere, a Perugia, tra avvocati e detenuti, l’Unione delle Camere penali italiane scrive al procuratore generale Sergio Sottani chiedendo verifiche finalizzate ad accertare anche eventuali responsabilità disciplinari.
La richiesta è contenuta in una lettera del 30 settembre della Giunta dell’Ucpi e riguarda le captazioni già contestate nei mesi scorsi dalla Camera penale di Perugia. Secondo l’Unione, le operazioni si sarebbero protratte per circa sei mesi e avrebbero riguardato anche difensori e detenuti estranei al procedimento nel quale erano state autorizzate.
Nella lettera l’Ucpi riferisce che la ricognizione finora disponibile avrebbe individuato «almeno novanta segmenti di registrazione dei colloqui di altri difensori con i propri assistiti» e «ventisette intervalli relativi ai colloqui della professionista indagata con persone diverse da quelle indicate nell’autorizzazione».
L’Unione chiede di verificare «quando sia stata riconosciuta la natura difensiva delle comunicazioni, chi abbia disposto o consentito la prosecuzione delle captazioni e quali direttive e controlli abbiano accompagnato l’attività degli operatori». Richiama inoltre l’articolo 103, comma 6-ter, del codice di procedura penale, che prevede l’interruzione immediata delle operazioni quando risulta che la conversazione rientra tra quelle vietate.
Per questo l’Ucpi chiede di acquisire i provvedimenti autorizzativi, le eventuali proroghe, i decreti esecutivi, le disposizioni impartite dal pubblico ministero agli operatori e i controlli effettuati. Chiede inoltre di verificare i dati relativi alle attivazioni e alle interruzioni, agli ascolti e agli accessi all’archivio, oltre alle eventuali copie, trascrizioni o comunicazioni dei contenuti.
Un altro punto riguarda la sorte delle registrazioni. È pendente davanti al gip di Perugia la richiesta del pubblico ministero di distruggere i colloqui difensivi ritenuti inutilizzabili, con udienza fissata per il 19 ottobre. Secondo l’Ucpi, la distruzione prima degli accertamenti potrebbe impedire di ricostruire le modalità delle operazioni. L’Unione chiede quindi di acquisire gli atti e i dati necessari e di adottare le determinazioni consentite dalla legge per evitare la perdita del materiale prima delle verifiche.
L’Ucpi chiede inoltre che ai difensori e agli assistiti intercettati, «malgrado fossero del tutto estranei al procedimento nel quale le intercettazioni sono state autorizzate», sia assicurata la conoscenza delle captazioni che li riguardano e la possibilità di far valere i propri diritti.
L’attività di intercettazione era stata autorizzata nell’ambito di un procedimento penale riguardante l’avvocato Daniela Paccoi indagata per gravi ipotesi di reato collegate al caso Coresi. Secondo quanto riferito dal ministro della Giustizia Carlo Nordio alla Camera, l’autorizzazione riguardava in particolare i colloqui tra la professionista e un detenuto da lei assistito. La documentazione trasmessa al ministero, ha spiegato Nordio, non consentirebbe allo stato di determinare con precisione il numero dei colloqui diversi da quelli autorizzati eventualmente registrati.
Rispondendo alla Camera, Nordio ha riferito che nel carcere di Perugia erano presenti quattro sale per i colloqui tra detenuti e difensori e che, non essendo possibile individuare preventivamente quella che sarebbe stata utilizzata per il colloquio oggetto dell’attività autorizzata, le captazioni erano state predisposte in tutte e quattro le sale. Il ministro ha aggiunto che la distruzione immediata delle registrazioni sarebbe, a suo giudizio, «quantomeno prematura», considerata la possibilità di una loro diversa valutazione in altre sedi.
«Noi andremo avanti fino in fondo», ha detto Nordio, riferendosi alla ricostruzione della vicenda, aggiungendo che, se quanto emerso fosse confermato, la captazione di colloqui tra difensori e assistiti costituirebbe «un sacrilegio». Il ministro ha inoltre affermato che «l’illegalità non va coperta, ma va sezionata e va eventualmente sanzionata».
Sul tema delle intercettazioni era intervenuto nei mesi scorsi anche il procuratore generale Sottani, affermando che «non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate in difetto di autorizzazione» e che, qualora fosse stata accertata la presenza di intercettazioni irrituali, «se ne dovrà procedere alla loro distruzione, secondo le forme del codice di procedura penale». La Procura generale aveva precisato che le informazioni raccolte erano «connotate da fisiologica provvisorietà» e che la situazione allora ricostruita «non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione».
Da parte di chi ha lavorato alle indagini viene invece sostenuto che la polizia giudiziaria abbia operato secondo le indicazioni ricevute e nel rispetto delle possibilità operative. La posizione espressa è che le condizioni ambientali e di contesto «non consentono sempre e comunque l’immediata interruzione dei dispositivi» e che le registrazioni vengono eseguite tenendo conto delle esigenze investigative e delle possibilità tecniche. «Altro discorso», viene sottolineato, «è il loro utilizzo», rispetto al quale chi ha lavorato alle indagini rivendica «il legittimo operato».
L’Ucpi chiede ora al procuratore generale di acquisire gli elementi necessari anche ai fini delle valutazioni disciplinari previste dal decreto legislativo 109 del 2006. La richiesta arriva mentre sono ancora in corso gli accertamenti sulla vicenda e dopo il passaggio parlamentare del 30 settembre, nel quale il ministro Nordio ha ribadito l’intenzione di proseguire le verifiche.
