La copertina di oggi, giovedì 25 settembre, di uno dei principali giornali del Regno Unito e dei più influenti a livello internazionale, The Guardian, è emblematica dell’importanza di questa notizia. Il sistema sanitario britannico non riesce a tenere rispetto al fenomeno delle richieste di diagnosi di autismo e Adhd. Quello che dice la realtà britannica nello specifico, con i numeri, le progressioni, i livelli di assistenza, la capacità di risposta della sanità e della ricerca lo vedremo fra poco. Quello che impone tuttavia una riflessione che vale una premessa è il fatto che il sistema britannico non sarà il solo a lasciare emergere significative vulnerabilità rispetto alle dimensioni progressive di un fenomeno, che ha percentuali di crescita da fare tremare i polsi. E, ancorché rappresenti un bene, l’aumentata capacità e abilità di intercettare la patologia, è evidente che la migliore risposta possibile al fenomeno ha un costo organizzativo ed economico rispetto ad altre patologie, che impone una rivisitazione dei modelli.

Insomma il Guardian ci dice che L’Inghilterra sta iniziando a razionare le diagnosi di autismo e Adhd perché il sistema sanitario non riesce più a sostenerne la domanda. Quattro organismi territoriali dell’Nhs hanno introdotto un’attesa minima di due anni per alcune valutazioni e altri hanno limitato il numero di diagnosi finanziabili o stabilito criteri di priorità clinica. Complessivamente sono 15 gli organismi, che coprono 19 milioni di persone, ad avere introdotto forme di limitazione. Le liste d’attesa contano 960 mila persone per una valutazione dell’Adhd e altre 295 mila per l’autismo.

Autismo e Adhd sono condizioni del neurosviluppo diverse. L’autismo riguarda soprattutto il modo in cui una persona comunica e interagisce con gli altri, insieme a interessi ristretti e comportamenti ripetitivi; l’Adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) riguarda principalmente attenzione, impulsività e regolazione dell’attività. Possono coesistere nella stessa persona, ma una diagnosi non implica l’altra.

Ad attirare l’attenzione di mezzo mondo questa mattina è una vicenda inglese, che però pone una domanda generale: cosa accade a un sistema sanitario quando cresce rapidamente il numero delle persone che chiedono di dare un nome a difficoltà che fino a pochi anni fa spesso non venivano riconosciute come disturbi del neurosviluppo?

Il caso britannico è particolarmente interessante perché l’aumento non riguarda soltanto le richieste. Secondo i dati riportati dal Guardian, tra il 2020 e il 2022 l’incidenza annuale delle diagnosi di autismo nella fascia 3-25 anni è passata, tra i maschi, da 185 a 580 ogni 100 mila abitanti e, tra le femmine, da 45 a 320. È una crescita rapidissima, concentrata soprattutto negli anni successivi al 2020.

Il rapporto commissionato dal governo britannico al professor Peter Fonagy, secondo quanto anticipato dal Guardian (sarebbe dovuto essere già pubblico ma ne è stata posticipata la pubblicazione), legge questo aumento come il risultato di più fenomeni contemporaneamente: una maggiore conoscenza clinica, l’emersione di persone che in passato rimanevano senza diagnosi, una particolare crescita delle richieste da parte di gruppi storicamente sottodiagnosticati, come ragazze e giovani donne, ma anche una diminuzione dello stigma, le conseguenze della pandemia e una maggiore domanda di sostegno da parte della scuola e del sistema dei servizi. Il rapporto sottolinea che bisogni non soddisfatti, diagnosi errate e rischio di eccessiva medicalizzazione possono coesistere nello stesso sistema.

È probabilmente questo il punto più utile per leggere ciò che sta accadendo anche in casa nostra. Non basta infatti stabilire se le diagnosi siano aumentate perché siano aumentate nella stessa misura le condizioni presenti nella popolazione. Una parte dell’incremento può essere spiegata dal fatto che oggi vengono riconosciute situazioni che prima restavano senza diagnosi.

In Umbria un indicatore di questa trasformazione arriva dalla neuropsichiatria infantile del Perugino: i minori con autismo presi in carico sono passati da 219 nel 2018 a 262 nel 2021, 385 nel 2024 e 430 nel 2025. È quasi un raddoppio in sette anni. Il dato misura le persone prese in carico che non significa automaticamente nuove diagnosi, ma descrive con chiarezza la pressione crescente sul sistema dei servizi.

Precisiamo, in Umbria non risulta, dai dati disponibili, un fenomeno paragonabile alla decisione di alcune strutture dell’Nhs di fissare un’attesa minima di due anni per la valutazione. Anzi esistono condizioni attuali che esprimono una migliorata capacità di presa in carico, come di sostegno economico per allargare la capacità di risposta del sistema e anticipare la captazione della patologia. Liste d’attesa per le diagnosi, per inciso, particolarmente nei casi più gravi, significano perdita di assistenza medica e di carattere sociale, ma anche esposizione a progressioni della malattia. Tuttavia il problema della capacità dei servizi esiste: per l’autismo, una volta arrivata la diagnosi, l’attesa per l’intervento diretto sulla persona può superare i sei mesi. La stessa Usl Umbria 1 descrive il percorso come articolato in una fase di valutazione diagnostica e in una successiva presa in carico e trattamento, che comprende programmi psicoeducativi, parent training, interventi individualizzati e collaborazione con scuola e servizi sociali.

È una distinzione che rischia di sfuggire nel dibattito pubblico: il problema delle liste d’attesa non è necessariamente soltanto «quanto tempo ci vuole per avere la diagnosi», ma anche quanto tempo passa prima che quella diagnosi produca un intervento.

Il caso inglese mostra inoltre perché la diagnosi abbia assunto un peso che va oltre la medicina. Secondo l’analisi del Guardian, la diagnosi è diventata in molti casi il passaggio attraverso cui una persona può ottenere adattamenti a scuola, sostegni e altre forme di assistenza. Quando l’accesso alla diagnosi si blocca, dunque, possono bloccarsi anche risposte che dipendono da quel riconoscimento.

Anche in Italia il rapporto tra diagnosi, certificazione e sostegno è però meno automatico di quanto spesso si pensi. Una diagnosi di autismo non significa automaticamente ottenere un insegnante di sostegno. Per l’attivazione del sostegno scolastico, ad esempio, occorre il riconoscimento della condizione di disabilità secondo le procedure previste dalla normativa. Nel 2024-25 il 98% degli alunni con disabilità nelle scuole italiane risultava in possesso di una certificazione che consente l’attivazione del sostegno.

Il dato nazionale sulla scuola aiuta a capire quanto sia già cambiato il sistema. Nell’ultimo decennio la quota degli alunni con disabilità è quasi raddoppiata, dal 2,6 al 4,8% degli iscritti. Nel 2024-25 erano quasi 377 mila, 18 mila in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno gli insegnanti di sostegno erano oltre 261 mila, il 6% in più rispetto all’anno precedente.

Attenzione a non fare riferimento solo all’autismo. Tra gli alunni con disabilità, Istat indica che disabilità intellettiva e disturbi dello sviluppo psicologico interessano ciascuno il 36% dei casi, mentre disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione riguardano quasi un quinto degli studenti. L’aumento complessivo, secondo Istat, è riconducibile a più fattori: maggiore attenzione alla diagnosi e alla certificazione, aumento della domanda delle famiglie e maggiore sensibilità della scuola sul tema dell’inclusione.

È però un sistema che deve già fare i conti con una forte instabilità. Il 59,7% degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno nell’anno scolastico 2024-25; il 22% dei docenti di sostegno non era ancora specializzato, pari a circa 57 mila persone. La quota di insegnanti specializzati è comunque cresciuta dal 63% del 2019-20 al 78% del 2024-25.

Anche l’Umbria sta aumentando la propria struttura di sostegno. Nell’organico di diritto 2025-26 risultano 1.688 posti di sostegno tra infanzia, primaria e secondaria, ai quali si aggiungono i posti di potenziamento: 139 nella scuola dell’infanzia, 551 nella primaria, 430 nella secondaria di primo grado e 568 nella secondaria di secondo grado. E il sistema continua ad adeguarsi in corso d’anno: nel settembre 2025 l’Ufficio scolastico regionale ha avviato una nuova ricognizione del numero degli alunni con disabilità certificata proprio per l’integrazione finale dei posti di sostegno in deroga.

La questione ruota quindi attorno a tre cardini, l’aumento esponenziale della domanda di diagnosi, come quella dei verdetti non è legata ad un aumento deel fenomeno quanto piuttosto a una maggiore capacità di intercettarlo. L’aumento di casi non significa automaticamente capacità di corrispondere adeguatamente. Il sistema sanitario non può che fare i conti con molte e differenti patologie e la sua capacità di tenuta è un continuo gioco di pesi e contrappesi che hanno a che fare con risorse economiche disponibili e stanziabili, competenze professionali interne, capacità di reclutamento esterno, evoluzione della ricerca e della conoscenza sul terreno e altri fattori.

Per questo l’Inghilterra che fa suonare la sveglia al Guardian è la stessa che dovrebbe farla suonare fuori dall’isola, poichè l’attuale condizione di stress test è una occasione di osservazione preziosa per quanti sono percorsi da dinamiche del fenomeno in rapido cambiamento. Oggi il sistema regionale dispone di percorsi per la diagnosi e la presa in carico, ma deve fronteggiare una popolazione in carico cresciuta fortemente e una scuola nella quale aumentano gli alunni con disabilità e le risorse necessarie per seguirli.

Prospettare liste d’attesa di anni per diagnosi e interventi anche in Umbria come nel resto d’Italia oltre che ingeneroso è irrealistico. Tuttavia registrare diversità di velocità tra la crescita del fenomeno e la capacità di risposta è fuori discussione.

Giornalista dal duemila, ha lavorato per il Messaggero e Reuters. Ha fondato e diretto la rivista Artico, i quotidiani giornale del Cilento e Umbria24. Ha svolto a lungo attività di freelance anche come videoreporter. Ha svolto e svolge attività di formazione sul giornalismo digitale e multimediale.