Il vescovo Giuseppe Piemontese

di M. To.

I vescovi non dicono bugie. E siccome il vescovo Giuseppe Piemontese lo aveva detto, puntualmente la cosa succede. Da martedì mattina sette dipendenti della diocesi – sui tredici superstiti – tornano a subire gli effetti della cassa integrazione.

LA DIOCESI IN CRISI

Le modalità Per tre mesi, cioè fino alla fine di settembre – ma poi la cosa si ripeterà per altri tre, fino alla fine dell’anno – i sette lavoratori sono attesi da questo: per un mese resteranno a casa, per un altro lavoreranno ad orario ridotto e solo nel terzo andranno regolarmente in ufficio. Per gli altri sei dipendenti, invece, non ci sarà nessun problema. E la cosa sta provocando più di un malumore.

Le decurtazioni Intanto perché il provvedimento provoca un ‘taglio’ nella retribuzione che «approssimativamente dovrebbe aggirarsi intorno al 20%», spiega una delle persone che finisce in cassa integrazione. Un calcolo esatto, però, non è stato fatto «perché il corrispettivo che ci spettava per l’altro periodo di ‘cassa’  che abbiamo patito, a febbraio – prosegue – non ci è stato ancora pagato e, quindi, non sappiamo di preciso a quanto ammonti».

Le paure Ma c’è dell’altro: «Che si vada avanti fino alla fine dell’anno con la cassa integrazione – dice la persona che parla con Umbria24 – è sicuro praticamente al cento per cento, ma la paura è per quello che potrebbe succedere dopo». Già, perché nessuno si sente di escludere che a gennaio possa arrivare una nuova comunicazione, molto più drastica, perché «ci era stato detto che si sarebbe cercato di favorire una nostra collocazione alternativa, ma alle parole non mi sembra che siano seguiti fatti concreti». E la tensione sale.

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