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Umbria24 » Decennale 11 settembre. Lotti in Afghanistan: «Persi 10 anni e si rischia di lasciare il paese in mano ai violenti»
A dieci anni dall’attentato che l’11 settembre 2001 distrusse le torri gemelle di New York e dall’inizio della guerra in Afghanistan, la Tavola della pace e l’associazione americana dei familiari delle vittime dell’11 settembre Peaceful Tomorrows hanno deciso di andare insieme a Kabul per dire basta alla violenza, alla guerra e al terrorismo.
La missione La delegazione italo-americana si è recata a Kabul dal 31 agosto al 5 settembre per incontrare i familiari delle vittime del terrorismo e della guerra, le organizzazioni della società civile afgana e i rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali presenti in Afghanistan. La missione di pace, organizzata grazie alla collaborazione di Afghana e del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, si è svolta alla vigilia della Marcia Perugia-Assisi per la pace e la fratellanza dei popoli del 25 settembre 2011. La delegazione è stata composta da Paul Arpaia, September 11th Families for Peaceful Tomorrows, Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace, Emanuele Giordana, Coordinatore di Afgana Mario Galasso, Assessore alla pace e alla cooperazione internazionale della Provincia di Rimini, Andrea Ferrari, Assessore alla pace e cooperazione Internazionale del Comune di Lodi, donTonio Dell’Olio,Responsabile Internazionale di Libera, Luisa Morgantini dell’Associazione per la pace, donRenato Sacco di Pax Christi.
La testimonianza «Abbiamo percorso Kabul, di giorno e di notte, attraversando anche luoghi in cui gli occidentali non vanno mai, e abbiamo trovato una situazione di illegalità, corruzione e miseria incredibile – spiega Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace – Nessuno ci ha detto che le cose stanno migliorando, mentre tutti ci hanno descritto il fallimento di dieci anni di guerra». Lotti sottolinea la consapevolezza diffusa in tanti afghani e non che «gli eserciti hanno affrontato la guerra senza strategia e se ne andranno senza strategia, lasciando il paese in mano a un manipolo di signori della guerra, che fra l’altro sono stati armati ed equipaggiati e continueranno a spadroneggiare. Gli stessi, in molti casi, che piazzano le bombe per alzare la tensione e ricevere più potere». Quindi la Tavola della pace chiede al governo di «ritirare l’esercito, risparmiando 700 milioni l’anno. Se se ne usasse anche solo il 30% per i civili – dice Lotti – si potrebbe fare moltissimo».
Pubblichiamo qui il documento redatto da Flavio Lotti alla vigilia della partenza
Uno scorcio di Kabul
Lotti: Perché vado a Kabul
Dietro ad ogni guerra c’è il dolore incommensurabile di tanta gente comune senza volto né storia. Cosa sappiamo noi degli afgani che ancora oggi sono intrappolati nella guerra? Cosa sappiamo noi del loro dolore e delle loro sofferenze quotidiane? A dieci anni dall’11 settembre ho deciso di andare a Kabul per incontrare le vittime di questa tragedia infinita. Ci vado con uno dei familiari delle vittime americane dell’attentato alle Torri Gemelle e un gruppo di amici della Tavola della pace. Insieme vogliamo compiere un gesto di solidarietà e di vicinanza nei confronti di un popolo martoriato dalla guerra e dall’assurda pretesa di fermarla con un’altra guerra.
Dieci anni fa gli avevamo promesso libertà e democrazia e abbiamo finito con l’aggiungere altra violenza, altro dolore, altri lutti. Il metro per misurare l’immenso disastro provocato dall’11 settembre e da questi dieci anni di “guerra al terrorismo” probabilmente non è ancora stato inventato ma agli afgani non serve. Abbiamo pianto i morti di New York, piangiamo ogni volta che uno dei nostri soldati torna a casa avvolto nel tricolore: non possiamo ignorare il dolore straziante degli afgani e degli iracheni che per lungo tempo continueranno a soffrire le conseguenze delle nostre decisioni più scellerate. Parliamo di oltre 225.000 persone uccise e di centinaia di migliaia di corpi feriti e mutilati.
Con questo spirito vado a Kabul. Per fare i conti con le nostre responsabilità, perché sento il dovere di reagire al menefreghismo e al cinismo con cui trattiamo questa vicenda, per cercare di rompere, anche solo con un gesto, questa micidiale spirale di violenza, guerra e terrorismo, per cercare di ricucire una ferita ancora drammaticamente aperta, per capire come possiamo fare.
Dopo dieci anni di “guerra al terrorismo” abbiamo il dovere di guardare in faccia la realtà e trovare il modo per fermare questa strage di vite umane, di legalità, di diritto e di diritti. La guerra ha clamorosamente fallito i suoi obiettivi, bisogna dunque smettere di farla e impegnarci a costruire, passo dopo passo, le condizioni per un futuro diverso. Non si tratta solo di riportare a casa i nostri soldati senza spargere altro sangue, ma di imboccare decisamente una strada nuova. Per questa ragione, a Kabul incontreremo e ascolteremo alcuni dei protagonisti nascosti e ignorati del futuro dell’Afghanistan, quelle organizzazioni della società civile che alla democrazia e ai diritti umani ci credono davvero e che ci dobbiamo impegnare a sostenere. A loro consegneremo anche un nuovo invito a partecipare alla Marcia Perugia-Assisi del prossimo 25 settembre. Camminare insieme ci aiuterà a vincere la paura e a rigenerare la speranza che cambia le cose.