Giancarlo Tinarelli negli anni '80

di Sebastiano Pasero

«Perugia negli anni ’50 era un paesino, ma un paesino internazionale, era pieno di ragazzi e ragazze che venivano da tutto il mondo per l’università. Le inglesi e le sudamericane me le ricordo bene, ma anche i ragazzi iracheni e africani. Uno di questi, tanti anni dopo, l’ho incontrato per caso all’ospedale di Gedda, dove avevamo un cantiere, lui era diventato primario. La voglia di conoscere il mondo, forse mi è venuta in quegli anni, grazie alla Perugia internazionale, grazie alla voglia di andare fuori da una regione che mi stava troppo piccola». Giancarlo Tinarelli, 83 anni, è uno dei grandi “vecchi” dell’Umbria. Un imprenditore edile che, insieme al fratello Massimo, ha avuto cantieri in tanti paesi: autostrade, ferrovie, aeroporti, fabbriche, alberghi, case, in Arabia Saudita, in Florida, in Iraq, in Algeria, ad Antigua, in Croazia.

Quella volta a La Mecca «Per quasi 40 anni sono stato sempre in viaggio, negli aerei avrò dimenticato decine e decine di impermeabili, ombrelli, valigie, perché ero sempre concentrato sui cantieri, sulle mille difficoltà da affrontare, come quando abbiamo costruito il sistema fognario alla Mecca, dove gli infedeli non potevano entrare, ci inventammo – era la fine degli anni ’70 – un circuito video per controllare il cantiere a distanza. Un’altra volta, in Arabia Saudita, le nostre maestranze venivano da tutta Italia, calabresi, pugliesi, altoatesini, parlavano pochissimo l’inglese. Allora per cercare di risolvere il problema come capo campo prendemmo un giovane ingegnere di lingua inglese, ma dopo un paio di settimane parlava anche lui il calabrese».

La vita e l’istinto Giancarlo Tinarelli ha tre figli e cinque nipoti, che lo guardano in adorazione, racconta divertito tanti aneddoti e la sua storia. Senza alcun rimpianto: «Ma che vuoi rimpiangere. La vita è fatta di cose buone e cose negative, l’importante è poter seguire il proprio istinto, le proprie inclinazioni, e io ho avuto la fortuna di farlo».

Il demone del lavoro «Da ragazzino ho frequentato il Galeazzo Alessi, quando c’erano solo due sezioni – racconta -. Ero già orfano di madre, Jolanda, morta nel ’45, nonostante mio padre Egidio fosse andato fino a Napoli per prendere la penicillina. Mi sono iscritto a chimica industriale, ma a un certo punto il demone del lavoro mi ha preso. Mio padre aveva una dittarella di autotrasporti, io ci ho aggiunto prima la movimentazione terra, quindi l’edilizia. Ma l’Umbria mi è stata sempre stretta, non avevo voglia di star ad aspettare gli appalti degli enti locali, le commissioni dell’Anas, con il lavoro come se fosse grazia ricevuta. Dai primi anni ‘60 abbiamo iniziato a lavorare in tutta Italia. Con i cantieri importanti al Polo Siderurgico di Taranto, alla linea ferroviaria di Battipaglia, ai lavori stradali della Sicilia, mi sono fatto le ossa. E’ in questi anni che abbiamo costruito la squadra, perché per fare le grandi opere, per gestire i cantieri in situazioni di grande difficoltà, occorrono persone di fiducia, gente tagliata per stare fuori casa, per affrontare ogni giorno un’avventura, sì giramondo come me», dice ridendo. «Nel nostro staff persone che erano state negli Alpini, esperti di logistica, persone eccezionali, come il signor Bianchini, il mio braccio destro, perugino, di lingua madre araba, in un’ora era capace di sdoganare decine di container, mentre le altre ditte impiegavano giorni. Purtroppo è morto in un incidente d’auto nell’82 in Iraq».

L’inizio in Libia Il primo tentativo di lavorare all’estero lo feci nel ’67, in Libia. «La prima volta che ci andai c’era il re Idris. Mi vennero a prendere all’aeroporto con la limousine. Tutti parlavano italiano e c’era molta vicinanza. Sono tornato, più volte, con Gheddafi: l’italiano era proibito, si parlava arabo, il clima era diverso ma il lavoro ce ne era tanto. E i militari si sono rivelati un interlocutore affidabile, determinati a costruire un paese moderno».

Giancarlo d’Arabia Nel ’75 l’Arabia Saudita: «Oggi lì è tutto super moderno, con le strade ad otto corsie e grattacieli favolosi, quando siamo arrivati noi, insieme ad altre ditte internazionali, a Riad non c’era una strada asfaltata, giravano le capre nella polvere. Il nostro primo lavoro è stato quello di bonificare la grande fogna a cielo aperto che attraversava la città. Ho ancora il cattivo odore nel naso. Con quella municipalità abbiamo fatto tanti lavori, strade e acquedotti soprattutto, quasi sempre abbiamo riscosso il premio per aver anticipato i tempi di consegna, perché lì, all’epoca, c’era tanta voglia di crescere. Sono stati anni intensissimi, dal punto di vista professionale e umano, la nostra mensa al campo era ambita, gli americani si raccomandavano per mangiarci».

La forza Tranquillina La famiglia a Castel del Piano: «A casa ha fatto tutto mia moglie. Si chiama Tranquillina, anche se ha un bel caratterino – dice ridendo – è stata lei a crescere i figli. Li ha portati a scuola, in vacanza, a un certo punto si è messa a guidare anche il motoscafo che avevo comprato io ma non avevo il tempo per andarci. I miei figli hanno sempre aspettato a mani giunte che rientrassi, ma per il semplice fatto che mia moglie faceva da madre e padre, mentre io, non vedendoli mai, li accontentavo sempre. Come quando una delle mie figlie, a 17 anni, ha voluto prendere a tutti i costi il brevetto di pilota d’aereo», ride ancora. La moglie un po’ meno. «Stavo fuori due, tre mesi, poi rientravo portando a casa soci, clienti e probabili clienti stranieri. Era un porto di mare». In Algeria, in associazione con un’altra impresa, tanti lavori nel settore della sicurezza: «Abbiamo costruito la sede centrale della Polizia e uno stabilimento per le divise militari».

Dai Caraibi al flop croato Alla fine degli anni ’80 i Caraibi: «A un certo punto il lavoro è cambiato, siamo passati dalle grande infrastrutture dei paesi in via di sviluppo, nel frattempo divenuti giganti, a strutture turistiche o residenziali. Ad Antigua, sempre insieme ad un socio, abbiamo costruito un albergo da sogno, con 350 camere, ristoranti, campi da tennis e piscine» e in Iraq 300 capannoni per i militari. Nei primi anni ‘90 un breve rientro in Italia: «Mi sono accorto presto che la mia azienda non era tagliata per il contesto italiano. Eravamo abituati a consegnare il giorno prima della scadenza, qui invece i tempi… E poi i permessi, la burocrazia, per tanti aspetti superiore al mondo arabo». La decisione di tornare ad essere un’azienda di costruzioni internazionali. Un paio di passaggi a vuoto: «In Croazia, le cose non sono andate benissimo, perché un grande progetto che il Comune di Fiume aveva predisposto non si è concretizzato per il mancato appoggio del Governo centrale, che nel frattempo aveva cambiato guida. A Mosca, poi, presidente del consiglio Berlusconi, non siamo riusciti ad aggiudicarci la costruzione degli uffici destinati alle compagnie aeree straniere».

Il riposo e l’Umbria «Da 10 anni non sono più in attività per oggettivi problemi in seguito alla forzata liquidazione della società, Mi dedico molto alla lettura. Ho anche tempo per riflettere sul mondo che ci circonda. Penso che non sia possibile pensare al proprio orticello, il mondo è grande e al, suo interno, i confini sono cose molto relative. Ho sempre pensato che l’Umbria sia una bellissima regione ma incapace di fare squadra, ho sempre ammirato, e per certi versi invidiato, le imprese venete. Dei carrarmati, nelle commesse internazionali si presentavano sempre con le loro banche, la loro Regione, i propri consorzi».

Cucinelli lo ammiro Il ruolo dell’impresa: «Il lavoro è tutto. E’ quello che fa progredire, che crea autonomia della persona. L’impresa è fondamentale, perché l’impresa crea benessere per tutti quelli che ci lavorano, ma anche per il territorio. Guardo con grande ammirazione Brunello Cucinelli, lo considero l’imprenditore sociale della nuova Umbria. Un uomo che ha saputo costruire tanto, ma che sa dare molto, nei settori fondamentali di una comunità: la cultura e la cura dei propri monumenti».

La nave, se l’aspetti, arriva I nipoti. «Sono contentissimo di averli con me. Che cosa cerco di insegnargli? Francamente niente. Sono ragazzi che hanno le loro idee, la propria personalità. Anche il più piccolo, che ha solo 7 anni, ha il suo pensiero. Cerco piuttosto di dare un esempio, di una persona coerente, di una persona che ha cercato di costruire quello che si sentiva, che ha rincorso, e in gran parte, attuato i propri sogni. E’ l’indipendenza la chiave della vita, sono sicuro che loro possano fare già a meno di me. Ah ecco, una cosa posso dirgliela, di non perdersi mai d’animo. Una volta aspettavo una nave piena di mezzi da cantiere, tutti nuovi, li avevamo già pagati con un mucchio di cambiali, la nave fu data per dispersa. Io rimasi al porto, ad attendere, finché un paio di giorni dopo la nave apparve».

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